Di guerra in guerra...
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 02:07:32 CET da nonluoghi |
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(Pubblichiamo la
postfazione dell'editore alla raccolta Sei
nella guerra, edita da Nonluoghi Libere Edizioni nel maggio scorso,
con racconti e poesie di Roberto Carvelli,
Claudio Damiani,
Daniela Gambino, Silvia Magi, Marco Lodoli e Fabio Zanello).
di Zenone
Sovilla
La narrativa e la poesia per
riflettere sulle guerre d'oggi. In un oceano mediatico e
politico di parole, spesso vuote o false, il racconto dello
scrittore e i versi del poeta ci aiutano ad aprire sprazzi di
lucidità sulla pochezza del dibattito "bellico" e di
onestà sul fallimento concreto, pratico, del movimento che si
è battuto invano contro un'altra guerra.
In questi mesi di guerra
abbiamo letto e ascoltato concetti che si rincorrevano e si
ripetevano. Quasi stancamente. Dai talk-show bellici e finto-bellici
alle prime pagine dei giornali. Argomentazioni pro e contro la
guerra; formulazioni ossequiose del punto di vista crudo del
Pentagono; descrizioni scandalizzate o "equidistanti",
attonite o gelidamente asettiche, degli eventi, del sangue, del
terrore.
L'impressione era che tutto
scorresse su uno sfondo di rassegnazione; talora complice e
compiaciuta, talaltra indignata e impotente.
Alla fine, l'ha avuta vinta
chi sostiene che giustizia e libertà si fanno radendo al suolo
interi paesi. Il sistema ci costringe a metabolizzare tutto. Anche
una guerra decisa da una lobby di governo sprezzante e bugiarda che
si giova del ricatto morale per cui se la critichi sei un
veteromarxista antiamericano invasato o, al limite, un buonista da
salotto.
Bene, allora, lasciatemelo
ripetere qui, con il pensiero ai molti americani che dicono no al
Vangelo secondo Bush (e che nella patria della libertà,
pagano anche con sanzioni penali o discriminazioni professionali le
loro opinioni sconvenienti). Lasciatemi ripetere che, nonostante la
tragedia dell'11 settembre, la ricetta pistolera e neocolonialista
del signor George W. Bush è devastante nel quadro dei valori
che lentamente un nuovo umanesimo razionalista tenta di costruire
lasciandosi alle spalle via via le crudeltà di millenni di
vergognosa storia umana. È devastante, perché entra
con l'accortezza di un'orda di vandali nel sentiero esposto e
scosceso della complessità del reale, della fatica di
guadagnare ogni piccolo passo di umanità e di democrazia nel
solco della nonviolenza.
Abbandonare la logica del
boia è stata una delle conquiste di una parte
dell'umanità.
Seminare giustizia con la forza della parola, non con la
ghigliottina o con la sedia elettrica. Perché da
quell'abbandono paziente e faticoso (e anche doloroso di rabbia, di
rancori e di ragionamenti) trae forza la pianta della umanità
nuova della fratellanza e della libertà degli eguali.
È un abbandono da
sudare; molto più complicato di quanto talora lascino
intendere i facili slogan e le agiografie autocelebrative di capi e
capetti delle organizzazioni/istituzioni di quell'altro mondo
possibile. Già, ma più che di quale mondo possibile (e
qui ci sarebbe di che accappigliarsi), è urgente discutere
almeno di "come" mettere in fila obiettivi minimi
che insieme traccino un percorso grande. Di come riparare i danni e
ritrovare il solco della umanità, della fratellanza e della
libertà, sulla terra bruciata di questa ennesima guerra che il
sistema farà metabolizzare a quasi tutti noi come, in fondo,
il male minore.
Dopotutto quell'agguzzino di
Saddam Hussein è stato spazzato via con la sua viscida corte,
gli iracheni sono finiti sotto la protezione americana e dei vecchi
colonizzatori inglesi che insieme si sono seduti sul Medio Oriente.
Ci saranno tempi di grave incertezza del diritto imposta con rigore
marziale dalle potenze occupanti; tempi di faide, lotte intestine e
abusi di potere. Resterà il male minore.
Un male minore un po' come il
voto col maggioritario, quello che in Italia tanto hanno declamato i
nostri rètori della LORO democrazia, fino a convincerci che
allontanarci dalla possibilità di scegliere è un modo
per partecipare meglio e ci abbiamo creduto. Come se al presunto
declino della rappresentanza proporzionale non si potesse rispondere,
al contrario, con la ricerca (difficile, certo) di forme maggiormente
partecipative e democratiche. Hanno stabilito unilateralmente un
paradigma della modernità, politica e economica dal
quale derivano le giustificazioni di ogni controriforma
antidemocratica (sistema elettorale, lavoro, stato sociale, sistema
scolastico, guerra). Con i dogmi del mercato applicati a tutto,
hanno ucciso il desiderio di cambiamento, di sperimentazione
democratica, di rapimento ideale e solidale.
Le istituzioni democratiche
si riducono a un'arena dello scontro tra volti sorridenti sui
manifesti: un'altra forma di competizione interpersonale e di
sottrazione di partecipazione diffusa al potere. E oggi, al massimo,
ci auguriamo che qualche equilibrismo dialettico, un virtuosismo
semantico, consegnino all'Italia un'alternativa di (centro)sinistra
vincente alla convention di conflitti d'interessi che ora ci governa.
Siamo le democrazie del male
minore e ancora non ci scandalizziamo di fronte all'idea di una
guerra. Il boia, lui sì, adesso, ci scandalizza. Radere al
suolo un paese per offrirgli il male minore, no.
E l'opinione pubblica che
metabolizza e interiorizza i messaggi del sistema, compresi quelli
subliminali, alla fine, forse ci crede. La guerra è durata
poco, i morti alcune migliaia (o non sapremo mai quanti, tanto ormai
le stragi in iraq non fanno notizia, ma poco importa), le mani
dell'Occidente sul Medio Oriente, un avamposto che semina democrazia
e tiene sotto controllo le teste calde.
La scorciatoia, dunque,
funziona. Un momento. Se fosse così, anche il boia
funzionerebbe. Per liberarsi socialmente dello stupratore la sedia
elettrica è più sicura del reinserimento sociale. Non
stuprerà più. Certo, ma una società della sedia
elettrica è violenza, violenza epistemologica e pedagogica.
Sarà la madre di uno, cento, mille stupratori. Sarà la
società dello stupro, la società della guerra.
Se vogliamo parlare
seriamente di istinto di conservazione e di tutela della vita,
dobbiamo rivolgere l'attenzione a un'altra società ideale:
quella faticosa che fa i conti con l'abbandono necessario della
rabbia capitale. La società che ha trovato il coraggio di
cogliere la sfida della storia e di coltivare la pianta della
fratellanza e della libertà, perché così
cresceranno sempre meno stupratori.
Ci vuole la forza di dire no
alla sedia elettrica e no alla guerra. Per le medesime ragioni. Di
fronte all'idea di una nuova guerra, molti si sono indignati, almeno
sventolando una bandiera arcobaleno (che altri, con i consueti fervori
“liberali”, avrebbero preferito bandire).
Probabilmente molte persone
normali, non affette dalla tipica psicopatologia del potere/dominio,
riescono con maggiore facilità a immaginare orrori come le
guerre; le ferite che producono e anche gli scenari di incertezza e
di rischio globale che implicano. Forse in costoro scatta l'istinto
di conservazione della razza.
"Non esiste un modo
socialista di fare la guerra, di opporsi al massacro con il
massacro", scriveva senza tentennamenti Andrea Caffi nel 19461.
L'impressione è che
nei posti di comando del mondo in questa nostra epoca ci siano
troppi irresponsabili integralisti e pochi politici assennati e
dotati di un minimo equilibrio. Troppi affaristi, ipocriti,
petrolieri e armaioli; pochi spiriti liberi e sinceri democratici.
Poco coraggio; troppo orgoglio. Poca ragione; troppa rabbia.
Prendiamo Bush, il “maestro”
del nostro Berlusconi. Molti americani, non soltanto i radicali come
Chomsky, ne detestano il pensiero e l'agire politico. Bush
rappresenta soltanto una minoranza degli elettori. Eppure sta
portando il mondo di guerra in guerra.
Rappresenta una minoranza di
americani, perché di fatto il vincitore delle elezioni
presidenziali negli Stati Uniti non può vantare, conti alla
mano, il consenso della maggioranza dei cittadini (talmente bassa
è
l'affluenza alle urne). Ma Bush, in particolare, non ha alle spalle
neanche i voti della maggioranza nella minoranza che va alle urne:
lui le elezioni, in realtà, le aveva perse e se oggi riceve
nello studio Ovale dopo la preghiera governativa del mattino, deve
ringraziare chi, nel nome della ragion di Stato, ha fatto un passo
indietro dalla legalità costituita.
E qui conta poco che la
maggioranza - ben “istruita” da media e istituzioni - sia da
considerarsi tacitamente consenziente.
Non è gran che per la
democrazia americana, che attraversa, a livello federale, una crisi
taciuta ma profonda. Lo è ancora meno se il presidente non
eletto e non rappresentativo dell'America (figuriamoci del resto del
mondo) ignora la comunità internazionale e scatena una guerra
contro un Paese retto da un regime sanguinario come l'Iraq, uno dei
tanti, purtroppo e certamente uno dei peggiori, per troppi anni
tollerato o finanche sostenuto da chi oggi sbandiera improbabili
verginità umanitarie.
Bush aveva un conto sospeso
in Iraq; un conto di famiglia. A proposito, è quantomeno
singolare che nella più grande democrazia del mondo, con 300
milioni di abitanti, lo scettro passi di padre in figlio nel giro di
un decennio: proprio loro due, e la loro dinastia di affaristi, tra
tutti quei cittadini...
Su queste basi traballanti e
sul tragico lutto dell'11 settembre, l'amministrazione Usa ha potuto
varare la sua teoria e prassi dell'attacco preventivo e della
compressione delle libertà civili su scala locale e globale,
per neutralizzare il nemico (e
altri incomodi).
Ha messo le mani
sull'Afghanistan e poi sull'Iraq eppure continua a ripetere che il
rischio terroristico non è calato. A Baghdad non ha trovato
armi di sterminio, ora dice che forse sono state distrutte prima
della guerra; ma la loro mancata eliminazione era l'unico motivo
formale dell'invasione. All'Onu aveva scatenato le sue spie e
raccontato menzogne, per giustificare la guerra e screditare gli
ispettori.
E tutto passa stancamente sui
mass media, tra lunghi dibattiti calcistici e sfilate di aspiranti
soubrettes della tv pubblica; senza indignazione, senza stupore;
quasi senza pudore. Editorialisti, politici e analisti vari si sono
permessi di scrivere e recitare le più ignobili enormità;
come paragonare spensieratamente l'intervento in Iraq allo sbarco in
Normandia senza finire travolti da una sonora e grottesca risata
storica. Ci hanno raccontato le favole più incredibili, storie
che gli stessi giornalisti embedded - quelli integrati nelle
truppe anglo-americane - talvolta hanno dovuto riferire con qualche
cauto dubbio, irritando i generali.
Si ha quasi l'impressione
che, oggi, mettere a nudo alcune tragiche verità sia un
esercizio fuori tempo, un po' a rischio di autocensura pubblica per
palese disturbo del manovratore. Voces nel deserto.
Oggi, se in tanti possono far
finta che la guerra non ci sia stata - nel senso che ormai appartiene
al passato, per loro, nelle loro poltrone; non per i morti e i
mutilati di carne e di mente - è probabilmente perché,
anche su questa idea-limite, il sistema dei poteri è stato
capace di farci rassegnare all'eterodirezione.
La mobilitazione
internazionale di bandiere di pace, i milioni di balconi italiani,
non hanno fermato un solo militare. Nemmeno le migliaia di divise
italiane che andranno a sostituire la polizia irachena nel
prottettorato angloamericano (ma il governo di Roma, fino a ieri,
tanto per cambiare, mentiva dicendo che avrebbero solo difeso gli
aiuti umanitari).
Inutile negarlo: il movimento
contro la guerra ha segnato la nascita di una forza portatrice di
valori umanitari; ma ha anche rivelato la povertà di
strumenti in grado di trasformare questa forza sociale in risultati
concreti. È più forte il sistema chiuso della
politica e dell'economia, con i suoi mass media: l'interfaccia del
potere e delle rassicuranti semplificazioni che lo alimentano.
Da questo incoraggiante
fallimento della battaglia contro la guerra sarebbe forse utile
trarre qualche analisi capace di ispirare uno sforzo di verità
sull'orizzonte più ampio del movimento eterogeneo che si
oppone al modello unico preconfezionato neoliberista/oligarchico
locale e globale.
Per fermare la deriva della
mercificazione e della competizione generalizzate, servono nuovi
strumenti di democrazia sostanziale che rendano praticabile una via
alternativa.
Anche per fermare una guerra
servono strumenti capaci di trasformare in azione la volontà
di una maggioranza. Senza dimenticare che una democrazia realmente
compiuta è quella in cui le decisioni collettive coincidono
con quelle del singolo individuo e che a questa condizione ideale
dovremmo sforzarci di tendere nell'architettura istituzionale.
In molti casi, però,
come nella guerra o in altre emergenze locali e globali, l'azione
è
urgente e non può attendere le riforme del sistema
democratico. Allora è necessario dotarsi di una forte
proposta nonviolenta alternativa. Nel caso del dramma iracheno, un
progetto di uso di un altro tipo di forza da contrapporre al
riflesso condizionato del pistolero texano. Quale? Una mobilitazione
popolare? Milioni di scudi umani alla rovescia che entrano in Iraq
per proteggere i cittadini dal loro regime? L'intensificazione delle
relazioni culturali, economiche, umanitarie? Oppure la loro drastica
riduzione? La battaglia per l'invio di contingenti armati per
un'interposizione umanitaria a opera della comunità
internazionale?
Tutto appare piuttosto
confuso e scarsamente spendibile nell'arena mediatica dominata
dalle veline dei Palazzi del potere e degli strateghi con le
stellette. E sullo sfondo, prende corpo tristemente un processo di
nuova fascistizzazione dell'individuo e dei gruppi sociali,
figli della competizione e del primato del profitto economico nella
sua dimensione liberista, cinica, egocentrica, integralista.
L'opinione pubblica è
vittima (e complice) della sottrazione di spazi di critica e di
riflessione; con lei funzionano le scorciatoie texane, non le
tortuosità tibetane.
Lo stesso vale per tutte le
altre lotte nel nome della giustizia e della libertà. Affiora
una fastidiosa contraddizione tra il grido dell'emergenza - che
richiede interventi concreti e immediati per salvare intere
popolazioni o classi sociali - e la retorica dell'utopia, che si
nutre anche di vacue celebrazioni di mobilitazioni di massa
inconcludenti .
Il risultato, purtroppo, è
che le cose ten-dono a peggiorare. Si muore sempre più di
mercato, nelle case, nei campi e nelle fabbriche; si muore di
terrorismo; di guerre e di controguerre.
I poveri sono sempre più
poveri e i ricchi sempre più ricchi. Le iniziative che
propongono un paradigma alternativo al pensiero unico assumono i
contorni della testimonianza, sincera, utile, ammirevole; ma una
testimonianza debole, dentro un sistema che macina e fagocita tutto
nel nome della corsa folle del profitto e di chi la propaganda.
Abbiamo interiorizzato a tal
punto il sistema di (dis)valori del mercato che forse, a guardar
bene, non crediamo fino in fondo neanche noi a un'alternativa; troppo
complicata, improbabile, confusa, lontana, incerta. Forse viviamo
rassegnati senza nemmeno accorgercene, intimamente spaccati anche
noi tra la parte mercantil-competitiva e l'anima democratica e
filantropica. O forse ce ne accorgiamo e ce lo siamo confessati una
volta per tutte e il resto sono riflessi condizionati.
Un riflesso condizionato alla
crisi della democrazia è denunciare le guerre decise da pochi
sulla pelle di molti e lo scempio dei principi costituzionali. Ma,
forse, in fondo, non ci vediamo chiaro e sappiamo che al massimo ci
attende un male minore. Questa notte, mentre scrivo, le agenzie di
stampa battono l'ennesima dichiarazione del presidente del
consiglio Silvio Berlusconi, che dopo essersi concesso di disertare
le celebrazioni del 25 Aprile ha definito se stesso come
"l'Amministratore delegato dell'Italia" (Ansa, 27 aprile
2003, sul soggiorno del Cavaliere a Porto Rotondo, tra gelati al
pistacchio e visite in gioielleria, tutto minuziosamente descritto
dalle solerti cronache). Ecco, ragioniamo un momento su questa
democrazia degli amministratori delegati. Se qualcuno obietta, se la
cavano riducendo la democrazia a un mandato in bianco: tra quattro
anni gli elettori giudicheranno il nostro operato. Ma democrazia
è
poter decidere prima, non dare un parere a babbo morto!
Quanti personaggi squallidi
abitano questo nostro pianeta gerarchico della partecipazione
scoraggiata, tradita; il sistema di dominio coltiva, al contrario,
il desiderio di apparente appagamento economico dei cittadini. Conta
conquistare posizioni e oggetti simbolicamente spendibili come
potere. La democrazia si esercita nei centri commerciali o
nei master post-universitari. Su di essa non ci si interroga
più,
non sui suoi strumenti, non sul suo senso svuotato da deleghe
(politiche, giudiziarie, economiche) malintese e arroganti.
Siamo ridotti a uno stato in
cui un signore può definire se stesso l'amministratore
delegato d'Italia. A un
mondo in cui un altro signore può decidere una guerra quasi
indisturbato ("o con noi o contro di noi").
L'incoraggiante fallimento
del popolo contro la guerra potrebbe servire a ragionare ancora
più
profondamente sullo stato della democrazia. Paradossalmente,
l'emergenza potrebbe dover passare per l'utopia del ripensamento
istituzionale, del confronto sui modelli decisionali, sul potere
diffuso e a-gerarchico, sull'autonomia dell'individuo e delle
comunità locali, sullo svuotamento delle centrali e della
rete del dominio, sull'architettura reticolare al posto della
costruzione (e percezione mentale) piramidale delle cose del mondo.
Il potere è di tutti: chi si sente, oggi, davvero, di
sottoscrivere e di mettere in pratica, in politica e in economia,
questa ovvietà?
Questo ragionamento investe,
naturalmente, tutte le sfere dell'esistenza. In particolare, la
scuola e i mass media sono chiamati a fare i conti con la loro
funzione democratica in un'epoca in cui, al contrario, le forze del
sistema neoliberista spingono i programmi di studio e l'informazione
verso una babele solo apparente, che è invece appiattimento
ossequioso delle Grandi Verità del mercato e della sua
politica. Consentire alle persone di dotarsi di senso critico, di
attrezzarsi contro le manipolazioni e le mistificazioni della
realtà, è un compito centrale di organizzazioni come i
giornali e le scuole. A loro - e più in generale al mondo
della cultura - dovrebbe riservare un'attenzione speciale chi si
preoccupa delle sorti della democrazia e si rammarica della scarsa
ricettività dell'opinione pubblica verso le proposte di
trasformazione radicale della politica, dell'economia, di una
società
pronta alla guerra.
I racconti e le poesie di
guerra - ogni genere di guerra – raccolti in questo libretto sono
un piccolo seme che ci aiuta a riflettere sui nostri limiti. Prima di
tutto proprio i nostri conflitti più intimi, che rendono la
questione così maledettamente complicata.
1.
Andrea Caffi, Contro la guerra. Violenza e liberazione, a cura
di Alberto Castelli, Nonluoghi Libere Edizioni, 2002.
*
Zenone Sovilla (Belluno, 1964) è l'editore di Nonluoghi
Libere Edizioni.
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