Inserito Lunedì, 24 ottobre 2005 @ 19:17:47 CEST da nonluoghi |
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[Dal libro "Bicicrazia. Pedalare per la libertà"].
L'intento di questo breve volume era di indicare l'urgenza di
adoperarsi per porre al centro del dibattito sociale, dell'impegno
politico e dell'attività istituzionale una serie di questioni
correlate
con la qualità della vita e con il rischio di malattia e morte
delle
persone, nel quadro di un modello economico e culturale che genera
questi gravi effetti collaterali.
Perciò ho ritenuto ovvio inserire il tema del riconoscimento
della
bicicletta, quale mezzo di trasporto privilegiato, nell'ottica
complessiva dei meccanismi di mercato (danni compresi) cui si tende a
informare in misura crescente l'azione politica e amministrativa
pubblica. La bici è uno strumento meritevole di un posto in
prima fila
nella pianificazione urbanistica, come osservano anche vari studiosi
onesti della materia. Ma è stata messa ai margini (e con lei il
diritto
alla mobilità sana) a causa dei tratti caratterizzanti della
società
dei motori: la narcosi mercantile, l'omologazione culturale nel mito
del petrolio, l'introiezione collettiva dei feticci della
velocità e di
una competizione deregolamentata, l'idolatria produttivistica e
consumista con il conseguente occultamento politico e mediatico dei
costi sociali di questo sviluppo affidato ai fallibili dogmi del
mercato.
Il mondo politico, l'apparato scolastico dalle materne
all'università,
i mass media, il sistema produttivo e le sue articolazioni commerciali
veicolano sistematicamente questa verità unica che si traduce in
una
realtà esistenziale densa di conflitti d'interessi cui soggiace
lo
stesso istinto di sopravvivenza. Oggi può capitare di essere
costretti
a scegliere tra il pane e l'aria pulita, pur consapevoli della
necessita di entrambi, solo che il venir meno del primo ha una
percezione sociale ed effetti dannosi immediati, mentre nel nostro
immaginario la mancanza della seconda, così come l'assenza di
percorsi
viari sicuri, colpisce in tempi relativamente differiti e con
modalità
irregolari (dunque, perché dovrebbe toccare proprio a me?).
In un quadro sociale a tal punto deteriorato, non stupirà se per
molte
nuove vittime povere del sistema, l'immaginario della liberazione
coinciderà con il desiderio di trasferirsi in un quartiere ricco
meno
devastato dal traffico e con l'acquisto di un'auto più potente e
sicura, magari una fuoristrada da utilizzare nel centro di una
metropoli. Una fuga sociale nel vuoto dell'immaginario e del desiderio
politico di trasformazione del modello dominante. L'individuo è
costretto nelle maglie del dogma cui le stesse pulsioni di
libertà non
possono sfuggire. Non è consentito un altrove: oltre le Colonne
d'Ercole del neoliberismo c'è un abisso che deve spaventare il
consumatore e spingerlo a cercare la liberazione all'interno del
paradigma, senza pensare che dopo di lui qualcun altro abiterà
la sua
topaia sotto i viadotti della tangenziale o accanto a un petrolchimico
mortale dal quale prende lo stipendio (e il cancro), necessario per
campare e dunque difeso con ardore dalle centrali sindacali. Talvolta
la malignità del sistema è aggravata dalla
difficoltà di distingure
chiaramente le vittime dai complici forzati.
L'inserimento della bicicletta nella pianificazione urbanistica e
nell'insieme integrato dei trasporti disturba questo equilibrio,
perché
implica e accelera una riflessione e una faticosa presa di coscienza
con ricadute su diverse altre sfere della convivenza e
dell'organizzazione economica e sociale.
Una comunità che reclama lo spazio e la sovranità umana
sul territorio
occupato dal cemento e dalle macchine diventa un soggetto scomodo, una
spina nel fianco capace di incrinare alcuni meccanismi del mercato e di
esaltare, con i sui tempi e modi rivoluzionari, prassi alternative
anche su piani diversi dalla mobilità: la partecipazione
democratica
diffusa, il tessuto produttivo e commerciale, il senso di appartenenza
comunitario, il confronto con l'alterità, le dinamiche
solidaristiche.
La società che investe nella bicicletta non finisce con la
sconfitta
dell'inquinamento atmosferico e acustico, non è un soggetto
passivo e
in difesa: è costruttrice nonviolenta del cambiamento, semina
dialogo e
rispetto tra gli esseri umani e nel rapporto con l'ambiente naturale,
restituisce ai bambini e ad altri soggetti deboli il diritto di vivere
gli spazi urbani senza rischiare la vita, destabilizza il metodo
gerarchico introducendo prassi libertarie, indica che un'economia
dell'altruismo e del confronto rispettoso è possibile per
attenuare le
perdite determinate dal moloch della competizione ed è
conveniente per
l'individuo e per le comunità.
Il paradigma della bicicletta è un vero catalizzatore
dell'assunzione
di consapevolezza e di responsabilità individuale e collettiva.
Corregge il rapporto con l'ecosistema e riattiva lo sguardo critico sui
riflessi condizionati cui si affida il meccanismo del mercato per
perpetuare se stesso e insediarsi nelle coscienze, ignare dei guasti e
dei costi umani e monetari che ognuno è chiamato a pagare. Nel
contesto
attuale la bici può contribuire al disvelarsi della grande
menzogna e
all'attivarsi di processi riformistici di trasformazione progressiva ma
radicale del quadro socioeconomico.
E forse è soprattutto a causa di questa sua carica dolcemente
eversiva che la bicicletta solidale (e con essa la partecipazione
democratica) viene relegata al ruolo di insignificante comparsa nei
punti focali della pianificazione politica e amministrativa. Anche per
questo, in un'epoca segnata dalle dottrine belliche, chi ha a cuore la
riforma umanizzante delle nostre società e i suoi riflessi
positivi sui
tragici equilibri globali non dovrebbe sottovalutare l'urgenza
dell'azione politica per un'urbanistica e una mobilità libere e
pulite.
Zenone
Sovilla)
[Da "Bicicrazia. Pedalare per la libertà", Zenone Sovilla,
Saggistica, Nonluoghi Libere Edizioni, maggio 2004, p. 156, 10 euro]
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