Nonviolenza e forza
Inserito Giovedì, 17 marzo 2005 @ 13:45:00 CET da nonluoghi |
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di Alberto Castelli *
Mi sembra opportuna la proposta di Mao Valpiana nel suo
intervento pubblicato da Nonluoghi di chiarire il significato del
pacifismo per sgomberare il campo da incomprensioni e da falsi steccati ideologici.
E credo che abbia ragione quando afferma che il centro della discussione
sul pacifismo stia nella distinzione dei termini guerra e forza.
Senza pretendere di addentrarmi in questioni di filosofia analitica e stando
al discorso di Valpiana, direi che il primo termine (guerra) può essere
definito come violenza organizzata tra due (o più) Stati che non riconoscono
di fatto alcun diritto superiore, in grado di limitare le loro azioni. La
guerra, cioè, sorge tra soggetti politici in contrasto tra loro e
che non riconoscono altra autorità che la propria sovranità.
Il secondo termine (forza) viene inteso da Valpiana come violenza legittimata
da una fonte di diritto superiore ai contendenti; la forza consisterebbe
quindi nella violenza usata da un organo di polizia internazionale agli ordini
di un?autorità sovranazionale. Ma, per essere accettabile, l?uso della
forza non può essere attuato da un?autorità sovranazionale
qualsiasi; ma solo da un?autorità democratica e vincolata da una carta
costituzionale sovranazionale fondata sui valori della libertà, dell?uguaglianza
e della fraternità tra gli uomini.
Ora, è quasi superfluo ricordare che nella storia degli ultimi due
secoli si sono verificati moltissimi casi di guerra tra Stati sciolti da
qualsiasi vincolo giuridico mentre non si è mai affermata un?autorità
sovranazionale in grado di esercitare con efficacia una forza legittima.
Quali sono le ragioni per cui una tale autorità non ha potuto consolidarsi
e per cui, di conseguenza, la forza è rimasta assente dalla storia
recente? Perché, cioè, non si è potuto instaurare un?autorità
in grado di imporre il rispetto del diritto attraverso l?utilizzo della forza
legittima?
Credo che ciò che impedisce che si affermi un?autorità politica
sovranazionale in grado di fare rispettare le proprie decisioni attraverso
la forza, sia il persistere della sovranità degli Stati nazionali;
o meglio il rifiuto degli Stati di cedere la loro sovranità e, con
essa, il diritto di possedere un esercito e di usarlo. Finché esisteranno
Stati armati e in conflitto - effettivo o potenziale - tra loro, la guerra
non potrà cedere il posto alla forza. Lo Stato è un ente che
non riconosce alcuna autorità e nessuna legge sopra di sé e
che si trova in un?arena dove vi sono altri Stati che costituiscono ciascuno
una potenziale minaccia alla sua integrità, alla sua sovranità
e, in generale, ai suoi interessi. In questa situazione, la pace può
essere solo una pace armata, un equilibrio delle potenze (o del terrore,
come ci ha insegnato la guerra fredda), con la costante minaccia di una ricaduta
nella violenza della guerra. Si tratta di una situazione in cui è
negata per principio la possibilità di una autorità sovranazionale
che veicoli i diritti (quando necessario) attraverso la l?uso della forza.
Per creare la possibilità di instaurare il regno della forza, occorre
abolire la sovranità degli Stati, e sostituirla con la sovranità
di un organo sovranazionale democratico, con la prerogativa di emanare leggi
e di farle rispettare anche con l?utilizzo delle armi.
Senza l?abolizione della sovranità degli Stati ogni ipotesi pacifista
è destinata a scontrarsi contro la cosiddetta ragion di Stato,
contro il ?sacro egoismo? di ogni singola comunità politica in perpetua
competizione con le altre. L?abolizione della sovranità statale, a
mio parere, dovrebbe essere il principale obiettivo di un movimento pacifista
serio, perché non è possibile costituire un mondo pacifico
senza che ci sia la premessa perché esso si sviluppi. Voler instaurare
il regno della forza legittima in una situazione di anarchia internazionale,
dove la logica prevalente è quella dell?interesse di ogni Stato a
discapito di quello altrui, è come pretendere di fare crescere una
pianta senza la luce del sole. Il compito fondamentale dei pacifisti, quindi,
dovrebbe essere quello di lottare per l?abolizione della sovranità
degli Stati e per la creazione di una vera e propria autorità sovranazionale.
Con questo non voglio sostenere che ogni azione che non ponga al centro quel
compito fondamentale sia inutile (non vorrei passare per uno che scredita
il valore delle coraggiose iniziative contro la guerra intraprese da molte
organizzazioni in occasione della guerra per il Kossovo nel 1999, della mobilitazione
per la pace in Palestina e ora contro la guerra in Iraq); ma trovo fuorviante
proporre ? come sembra emergere dalle righe di Valpiana - di moralizzare
lo Stato, di spingerlo a rinunciare alle sue armi, e di sostituire la forza
alla guerra senza che si siano poste le condizioni politiche a livello internazionale
perché ciò possa accadere.
* Alberto Castelli, ricercatore universitario, ha curato, tra l'altro, il libretto "Contro la guerra. Violenza e liberazione", edito da Nonluoghi Libere Edizioni, che contiene un articolo di Andrea Caffi risalente al 1946 e uno scritto introduttivo sulla figura e sul pensiero del socialista libertario russo di ascendenze italiane scomparso 50 anni fa.
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