Incontrando Berlinguer...
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 11:27:47 CET da nonluoghi |
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La premessa del volume di Emiliano Sbaraglia Incontrando Berlinguer.
Premessa
Se mi chiede che cosa
volevo fare da ragazzo,
e cioè prima di darmi alla politica,
le rispondo: il filosofo
(E. Berlinguer, giugno 1980)
Scavando nell'anima di Billie Holiday, si potrebbe dire che questo
libro è uno strano frutto, un frutto strano del destino.
Non amo leggere quelle cose che sanno di autobiografico facendo finta
di non volerlo, né sopporto la interminabile sequenza di
ringraziamenti puntualmente presente nelle prime pagine di qualsiasi
testo, che sembra sempre essere dettata dalla paura di dimenticare
qualcuno, pena la fine di amicizie o di giovani carriere; malgrado
ciò, in questa circostanza, anch'io mi rendo conto di non
poterne fare a meno. E allora cercherò di spiegarne il
perché, togliendomi d'un colpo il pensiero di tale incombenza.
Vorrei dunque ringraziare chi ha creduto in questo lavoro prima di me,
che mi ha incoraggiato quando non pensavo proprio, con tutte le cose da
fare, di riuscire a infilare anche questa nella vorticosa
quotidianità; vorrei ringraziare tutte le persone che nel corso
di questo lungo anno mi hanno parlato di Enrico Berlinguer, sia quelle
che sono andato a cercare sia quelle che discutevano con me, ignare di
rappresentare una fonte dei miei studi; vorrei ringraziare chi nei miei
vari luoghi di lavoro ha creato un clima di fiducia e di protezione nei
miei riguardi, facendomi sentire sempre a mio agio e professionalmente
utile, malgrado la mia fuggevole presenza; vorrei ringraziare chi ha
sopportato i miei pedanti discorsi sul tema, le mie continue richieste
di rassicurazione, pur non avendo interesse per l'argomento; vorrei
ringraziare chi in questo anno è riuscito a distrarmi, è
venuto a trovarmi per raccontare le cose più banali e
divertenti, mi ha fatto compagnia, mi ha trascinato fuori di casa, per
un cinema o una partita di calcetto; devo poi ringraziare chi mi ha
ospitato quando alcune notti sono rimasto a Roma, per poter raggiungere
più in fretta la Fondazione Gramsci (dove sono stato trattato da
vero "studioso") e dare la continuità necessaria alla ricerca:
le passeggiate in bicicletta da Trastevere a via Portuense e ritorno,
credo siano state decisive per la struttura di questo libro; vorrei
ringraziare anche chi ha dovuto sopportare la mia rabbia, la mia
inquietudine, le mie lacrime nervose che spesso andavano a confondersi
con la pioggia della notte: perché in questo anno, di notte,
è piovuto molto, e io mi sono bagnato spesso.
Ma il ringraziamento più grande è rivolto a mio padre.
Circa un anno fa, agli inizi di maggio, alcuni parenti mi informano che
mio padre, secondo loro, non stava troppo bene: per esempio, da qualche
giorno leggeva il giornale tenendolo capovolto.
Naturalmente, la prima cosa che gli faccio fare è una risonanza
magnetica. Così, dopo qualche altro accertamento medico, vengo a
sapere che il male si chiama glioblastoma multiforme, ed è
localizzato nella zona sinistra della fronte. Inizia così una
fase nuova della mia vita, il recupero di un rapporto mai avuto, non
per colpa mia.
Divorziati a ridosso del referendum che confermò la legge del
1970, i miei genitori accettarono le decisioni del giudice che in
pratica mi affidava quasi a tempo pieno a mia madre, data l'esplicita
richiesta da parte sua e il facile consenso dell'altra parte, alla
quale rimaneva di gestire il fine settimana, che in tacito accordo si
trasformò in due mezze giornate. Va da sé, che pranzare
insieme ogni sette giorni non costituisce una solida base per la
costruzione di un rapporto padrefiglio.
Poi c'era anche il partito, oltre al lavoro, che occupava gran parte
degli impegni di mio padre; così gli anni scivolavano via, sino
a quando, con me maggiorenne e libero di scegliere con chi e quando
stare, i nostri incontri finirono col diradarsi sempre più.
Di conseguenza ho pochi ricordi di quei tempi, forse anche per
fisiologica rimozione, ma uno è sempre rimasto particolarmente
limpido, e risale al mio tredicesimo compleanno, l'undici giugno del
1984.
Per l'occasione, papà ed io avremmo mangiato insieme, malgrado
il calendario segnasse lunedì, se non fosse sopraggiunto un
evento eccezionale a rinviare il nostro appuntamento: vedendolo
piangere per la prima volta, mi disse che purtroppo non si poteva fare
più nulla, perché era morto Enrico Berlinguer. Come
è logico, da neoadolescente non è che capissi
precisamente chi fosse questo povero cristo appena deceduto, capivo
solo che doveva essere una persona importante, sicuramente molto
importante per lui.
Un paio di giorni dopo, mi capitò per caso di sbirciare con poca
attenzione alla tv le immagini di un funerale storico, durante il quale
si ripeteva quel nome, e la sensazione immediata fu di non aver mai
visto tanta gente in una volta sola. Da allora, la curiosità di
saperne di più su quest'uomo deve essersi sedimentata in qualche
punto dei miei pensieri, a mia completa insaputa. Poi gli studi, alcune
conoscenze "impegnate", la vita in generale, hanno fatto in modo che,
almeno, storicamente e politicamente io inquadrassi il tipo.
Papà è stato operato, ha fatto controlli, svolto terapie;
a un certo punto è tornato a casa sua, una piccola abitazione
che aveva deciso di comperare nel paese di nascita (in via Giacomo
Leopardi, con terrazzino vistacimitero), proprio qualche mese prima di
ammalarsi, e allora per un po' sono andato a vivere lì.
La stanza dove ho dormito in pratica è la sua libreria, e
così nelle veglie notturne, per passare il tempo, mi sono
trastullato a sbirciare senza particolari obiettivi fino a quando,
all'improvviso, ho trovato una grande foto di Enrico Berlinguer come
copertina di un libro; rituffatomi a pesce nello scaffale da cui avevo
estratto quel volume, ho scoperto una specie di piccolo archivio
Berlinguer, fatto di biografie, testimonianze, saggi, documenti,
interviste, articoli di giornale. Da quel momento, il resto della
storia arriva fino a qui.
In un susseguirsi alternato di flebo e di letture, medicinali da
reperire e tensione da scaricare sui tasti del portatile, col passare
del tempo le battute che compongono questo libro sono diventate una
forma contorta di autopsicanalisi, un modo per sopravvivere, per
sentirsi vivi, convivendo con uno stadio di premorte.
Adesso, mentre scrivo, papà è seduto accanto a me, su una
sedia a rotelle; ci divide solo un flacone di cortisone, ci unisce una
sorte beffarda e inevitabile. Sta lentamente sfogliando i suoi ricordi
del suo compagno Berlinguer, e per quegli strani frutti prodotti da una
memoria devastata dal male, lo vedo piangere per la seconda volta nella
mia vita.
Questo libro, come me, è dunque anche figlio di mio padre, morto
la notte tra il dieci e l'undici giugno del 2004, esattamente venti
anni dopo Enrico Berlinguer, nel giorno del mio compleanno. Ma il
tempo, in questi casi, è solo una convenzione.
Emiliano
Sbaraglia
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