Incontrando Berlinguer: la prefazione
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 11:26:00 CET da nonluoghi |
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La prefazione del volume di Emiliano Sbaraglia Incontrando Berlinguer.
di
Emanuele Macaluso
Questo libro ha una "premessa" in cui si racconta il rapporto
dell'autorecon il padre, comunista per convinzione profonda e
militanza, berlingueriano per amore verso una persona che comunica
pensieri e comportamenti tali da rimotivare i suoi convincimenti e la
sua militanza. Un padre che vive una vita "separata" dal figlio
adolescente, il quale lo ritrova, con sentimenti teneri e passioni
politiche forti, in un momento difficile per un uomo solo e malato.
Pagine belle, queste del giovane Sbaraglia, che proprio attraverso il
rapporto con il padre incontra Berlinguer nelle immagini, nelle pagine
di giornale, nelle tv che trasmettono l'ultimo suo comizio a Padova e i
funerali: quei funerali che coinvolsero non solo i militanti di un
grande partito, ma un popolo.
Il ragazzo cresce con questa immagini che si confondono con quelle del
padre che morirà, e il libro che ha scritto ci offre una ricerca
appassionata e attenta sul pensiero politico di Berlinguer, filtrata e
a volte appannata da un rapporto che definirei "filiale": c'è
infatti, nello scritto di Emiliano Sbaraglia, ragionamento e amore,
identificazione.
Io ho conosciuto bene Berlinguer,con lui ho lavorato per anni,
sino al momento della sua scomparsa: ero direttore dell'Unità,
soprattutto per sua decisione, e nei giorni della malattia e della
morte l'accompagnai con scritti e titoli del giornale che espressero
sentimenti collettivi, ma anche miei personali.
Voglio dire che ho voluto bene ad Enrico e lui ricambiava stima e
affetto per me. Ma questo non ci impedì mai di manifestare con
lealtà i nostri dissensi anche in momenti difficili per la vita
del partito. Ne parlo nel mio libro, "Cinquant'anni nel Pci", nel
capitolo dedicato a Berlinguer, "Il segretario più amato", e
nello scambio di opinioni con Paolo Franchi che conclude il mio
racconto e le mie riflessioni sui comunisti italiani.
Quando Emiliano Sbaraglia mi chiese di scrivere una prefazione ad un
suo libro su Berlinguer, gli dissi subito di sì, perché
ero interessato al fatto che un giovane scrivesse sul segretario del
Pci nell'anno del 20° anniversario della sua morte, dopo che tanti
"vecchi" avevano detto, da sponde diverse, molte cose, vere e meno
vere, interessanti e banali.
In questo libro non c'è nostalgia perché è scritto
da un giovane. C'è invece una totale identificazione, non con la
storia del Pci, ma con la vicenda umana e politica di Berlinguer, quasi
scorporato da quella storia. È un segnale significativo
perché mette in evidenza l'impronta non solo politica, ma morale
che ha lasciato, anche nelle nuove generazioni forse più
in queste lo scomparso leader comunista. E non è un caso
che questa impronta abbia come riferimento centrale la stagione breve,
quella che si identifica con la "seconda svolta di Salerno",
considerata il punto più alto dell'impegno politico e civile
della sinistra; come un momento in cui però quella sinistra non
capì in pieno il messaggio di un grande leader "isolato".
Voglio discutere questo punto cruciale della vicenda politica di
Berlinguer (la svolta con la parola d'ordine: il Pci asse di
un'alternativa democratica), non solo perché le mie idee su quel
momento non collimano con quelle espresse da Sbaraglia, ma anche
perché proprio su questo nodo, in occasione dell'anniversario
della scomparsa del segretario comunista, si è sviluppato un
dibattito nella sinistra e fra tanti che, su questo terreno, si sono
cimentati scrivendo su giornali, riviste o in pagine di libri.
Prima di argomentare quel che penso su questa fase, voglio dire che
sulla ricostruzione della politica del Pci, negli anni di Togliatti,
Longo e Berlinguer (sino alla svolta del 1980), avrei osservazioni da
fare su vari punti. Non solo sui fatti, ma anche sulle interpretazioni
di quei fatti. Non lo faccio perché complessivamente la
ricostruzione è lacunosa ma onesta, e intendo rispettare una
diversa lettura e valutazione fatte dall'autore.
Il centro del libro è il pensiero e la personalità di
Berlinguer, che emergono attraverso la rilettura, per argomenti, dalla
A alla Z, dei suoi scritti.
Non è una scelta burocratica ma ragionata, seguendo un filo in
cui si ricostruisce l'opera di Berlinguer attraverso le parole di
Berlinguer. L'autore non è fra coloro che hanno esplicitamente
diviso in due il leader comunista, prima di Salerno e dopo Salerno,
come hanno fatto altri; anzi cerca un filo che leghi tutta l'opera e
l'impegno del segretario del Pci.
Tuttavia, Sbaraglia, a proposito della svolta del 1980, scrive che
Berlinguer "abbandonando ogni residuo tattico mutuato dalla precedente
proposta di solidarietà nazionale [...] sarà l'artefice
di una profonda trasformazione delle politiche del partito espresse
sino a quel momento [...] una vera e propria «seconda svolta di
Salerno».
C'è quindi l'esplicito intento di mettere in relazione il taglio
di quelle tesi con le iniziative togliattiane del lontano 1944. E qui
ci sono, anche per Sbaraglia, due Berlinguer: quello del governo di
solidarietà nazionale, presieduto da Andreotti, e quello della
"svolta" del 1980. Il primo esprime una politica che è solo un
"residuo tattico" del passato, il secondo invece esprime la sua
identità, l'identità comunista.
Non sono d'accordo. La scelta di Berlinguer nel 1976 ha motivazioni
forti che sono nella storia del Pci, nella tattica, nella strategia,
nella visione della politica di Berlinguer. Semmai io considero una
posizione "tattica", senza una strategia esplicita, ma sottesa, quella
della "svolta". Nel 1976 si era definitivamente esaurita la politica
del centrosinistra, inaugurata nei primi anni Sessanta da Moro,
Fanfani, Nenni, De Martino, La Malfa. Infatti l'ultimo governo MoroLa
Malfa, senza i socialisti che lo appoggiavano dall'esterno, cadde, il
primo dell'anno 1976, proprio per iniziativa del segretario socialista
Francesco De Martino. E tutti i protagonisti dei quell'esperienza erano
convinti che si sarebbe aperta una fase nuova. Il risultato elettorale
confermò tale convinzione: Dc e Pci avevano, insieme, quasi il
75% dei voti; era impensabile un governo senza il consenso dell'uno o
dell'altro partito. Erano gli anni dell'inflazione a due cifre, della
crisi della grande industria, dei prodromi del terrorismo.
Berlinguer e il Pci si trovarono difronte ad un'alternativa: o
contribuire a fare un governo con la Dc, o sciogliere il Parlamento
appena eletto e aprire una crisi di dimensioni imprevedibili.
Non solo. In quel 1976, al Pci, dopo l'uscita dal governo del 1947, la
situazione politica offriva la possibilità di entrare nell'area
di governo e aprire così un varco nello sbarramento che durava
da circa trent'anni. In definitiva, erano maturate le condizioni per
cui il Pci, con Togliatti, si era battuto da quel lontano 1947:
cambiare la guida nella Dc e costringerla a riaprire un rapporto col
Pci. Una politica che stava tutta dentro la strategia del compromesso
storico, indicata da Berlinguer, senza identificarla con il governo
Andreotti. La politica della solidarietà nazionale non fu quindi
una pausa tattica.
L'uccisione di Moro cambia certamente il quadro, per i
democristiani e i comunisti ma anche per il Psi che, con la direzione
di Craxi, lavora per una nuova politica volta a farsi largo, con tutti
i mezzi, tra la Dc e il Pci.
Tuttavia è bene ricordare che, dopo la rottura della maggioranza
di governo (1978) e le elezioni politiche del 1979 (il Pci è al
30% dei voti), Berlinguer non cambia politica, anzi la conferma al
15° congresso dello stesso anno. Infatti, come ricorda lo stesso
autore, la "svolta" si verifica nell'autunno del 1980.
Sulle ragioni per cui adotta quella linea si è molto discusso.
Certo, si manifesta già allora una crisi di rapporto tra
politica e paese, tra partiti e opinione pubblica, soprattutto sulla
questione morale, ma pure sulla questione sociale. La radicalizzazione
su queste due questioni è netta. Ma c'è un dato che non
va sottovalutato: il Psi di Craxi, e il giudizio di Berlinguer
drasticamente negativo su quella politica e su quel leader. E quindi,
nel momento in cui si riallaccia il rapporto tra Dc e Psi, l'obiettivo
centrale di Berlinguer è spezzare quel legame per battere
soprattutto il Psi di Craxi.
Se si legge il libro di Tonino Tatò, dove sono raccolti gli
appunti che scriveva per il segretario del Pci dopo gli incontri avuti
con i leader della Dc e repubblicani, si individua con chiarezza
quell'obiettivo.
Del resto, che significato aveva laformula berlingueriana
dell'"alternativa democratica", senza indicare le forze con cui
attuarla, se non quello di
uno
sbarramento all'alleanza DcPsi? Non era certo pensabile una prospettiva
di governo senza un'intesa con la Dc, o con il Psi, o con entrambi. Che
significato aveva la richiesta berlingueriana del "governo degli
onesti?"
Ecco perché ho sempre pensato che proprio la "svolta" fu
un'operazione politica tattica, rispetto ad una strategia che restava
sempre quella del compromesso storico. Di conseguenza si prospettano
soluzioni di governo, politicamente non visibili, però
compatibili con quella strategia: con una Dc senza la guida
conservatrice del 1980, e con il Psi senza Craxi e la sua politica.
Ho fatto queste osservazioni su un momento essenziale della vicenda
politica di Berlinguer su cui si è molto discusso. È
chiaro che sono solo mie opinioni, condivise da alcuni e contrastate da
altri. Ma discutere serve a capire e a far maturare opinioni, anche se
non condivise.
Il libro del giovane Sbaraglia è utile anche per questo. Spero
che lo leggano in molti.
Roma, 15 ottobre 2004
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