Info: Ragionamenti sul potere
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 10:44:33 CET da nonluoghi |
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Il gruppo di Nonluogih.info ha cercato di far riprendere quota al dibattito attorno al tema del potere e della democrazia.
Fu anche l'argomento del penultimo incontro di Nonluoghi, svoltosi l'estate scorsa a Bolsena, al quale parteciparono tra gli altri il compianto Nino Recupero e Sandra Carrettin, che poco dopo avrebbero pubblicato con le nostre edizioni "A chi il potere? Dialogo sulla democrazia, oggi".
All'indomani di quell'incontro ci fu un breve scambio di opinioni, un mini-forum online che qui riportiamo.
Carissimi, vi scrivo poche
righe per inaugurare questo nostro forum per
pochi intimi, sulla scia delle due belle giornate di Bolsena.
La
stanchezza enorme mi lascia un po' di lucidità, sufficiente a
rendermi
conto di aver trascorso due giornate preziose per le relazioni con le
persone e per il confronto sui temi cha abbiamo cercato di affrontare.
Come
vi ho scritto poco fa via email, spero che la riflessione su quei temi
possa proseguire nel nostro sito, insieme con altre osservazioni da
rendere pubbliche.
Vi ricordo che, per rendervi le cose più
semplici, ho pensato di aprire una casella email dedicata solo alla
ricezione dei vostri interventi da pubblicare in Nonluoghi.it:
scrivete all'indirizzo: articoli@nonluoghi.net.
Sull'incontro
di Bolsena, in attesa di mettere insieme un po' di appunti e di
ricevere le impressioni di chi vorrà scriverle qui nel forum.
Mi
limito ora a mettere per un attimo in evidenza un punto di tensione
dialettica che mi pare non abbiamo avuto il tempo di sviscerare come
probabilmente meritava.
Mi riferisco ovviamente alla casa che brucia.
Senza
dilungarmi inutilmente, desidero per ora soltanto osservare che forse
è
soltanto apparente la contraddizione tra una riflessione un po' da
utopisti nel nome della democrazia partecipata e l'impegno a spegnere
il rogo dei principi fondamentali della nostra convivenza democratica.
Purtroppo
quel fuoco divampa da tempo, quei principi erano a rischio e calpestati
da tempo (alcuni mai rispettati fino in fondo nella storia della
repubblica); adesso le fiamme hanno raggiunto e minacciano alcuni dei
tessuti più sensibili e delicati dell'organismo democratico e
giustamente ci si mobilita.
Ma a consentire la rapida diffusione
delle fiamme devastatrici è stata anche - e soprattutto -
proprio
l'assenza di un'attenzione verso la questione democratica.
Un'attenzione teorica e pratica; fatta di pragmatismo e di utopia.
Credo
che il vuoto di elaborazione politica che per troppi anni ha segnato le
nostre società sia una chiave interpretativa primaria di fronte
allarmante scenario della casa che brucia.
E sono convinto che se
questa situazione - l'assalto sguaiato ai diritti e ai doveri
costituzionali - è l'emergenza, essa non può essere
affrontata senza
alzare ogni tanto lo sguardo sul territorio, senza confini e senza
dogmi, dell'utopia. Il rischio, altrimenti, è di fare la fine
penosa
della sinistra italiana d'oggi (i vari D'Alema, Fassino, Rutelli...),
cioè di ripromettersi al massimo di governare al meglio
l'esistente
(non prima, naturalmente, di aver interiorizzato l'aziendalizzazione
del reale di cui si parlava a Bolsena).
A chi le chiedeva se
dedicarsi alle utopie non fosse tempo perso, Luce Fabbri rispondeva che
l'utopia, in quanto frutto del pensiero, esiste, è parte di noi
e in
quanto tale va coltivata.
A mio modo di vedere, va coltivata con
ancora maggiore convinzione quando la casa brucia: spegnere le fiamme
è
urgente; ma non può bastare. Ricostruire la casa com'era prima
non può
bastare: se bruciava avrà avuto qualche problema strutturale,
non mi
pare si possa addebitare tutto ai soliti piromani e alla carenza di
prevenzione antincendio.
La totale assenza dei temi centrali della
questione democratica ed economica dall'agenda dei nostri mass media
è
lo specchio di un vuoto politico che non si può riempire
soltanto con
le sacrosante denunce della banda di malfattori (altro che quelli di un
secolo fa...) che nella legge trovano incoraggiamento.
Non mi pare
sia conveniente per chi ha a cuore le idee di giustizia, eguaglianza,
democrazia, ridurre il confronto politico a una battaglia sui temi
evocati dal comportamento scandaloso delle lobbies economico-politiche
che ci governano.
Ne risulta, infatti, un grande polverone dal
quale, alla fine, comunque vada, escono sconfitte le idee di
trasformazione istituzionale che non siano metabolizzabili dal
paradigma del sistema di dominio. Ci si ritrova sempre a rincorrere e a
tamponare; a chiudere una falla mentre se ne aprono altre tre.
La
questione, a mio modo di vedere, è se e come e quando possa
coniugarsi
la lotta per l'emergenza del turare le falle con la riflessione e
l'azione rivolta al'utopia della democrazia partecipativa nelle sue
varie ramificazioni politiche ed economiche.
Eppure il principio
democratico o una sua variante "anarcodemocratica" tutta da esplorare
dovrebbe spingere gli individui e le comunità a formulare
proposte
alternative per la soluzione di questioni piccole e grandi; la
destrutturazione di reti di potere e dei loro punti di alta
concentrazione, la costruzione di nuove modalità per la gestione
democratica delle organizzazioni, vale a dire una semina continua di
democrazia che è l'unico sistema di prevenzione antincendio che
a mio
parere potrebbe funzionare.
Non il sommo custode della Carta
costituzionale (che nel nostro caso sembra piuttosto assopito e anche
se lo svegliamo forse si riaddormenterà) ma un ripensamento
delle reti
di garanzie sui diritti di cittadinanza potranno aiutarci a camminare
verso l'utopia allontanandoci dall'emergenza. Un ripensamento faticoso,
in uno scenario sociale che non è fatto di idioti (altro tema
toccato a
Bolsena), anzi, i più mostrano chiaramente di essere dotati di
strumenti sufficienti per ricoprire quantomeno il ruolo di primo
ministro (discutono con intelligenza di calcio, si dilungano in analisi
articolate del profondo travaglio emotivo della Canalis e di Vieri, ma
si inalberano anche di fronte a questioni più serie, quando non
sono
instupiditi del tutto da politici e mass media). Tuttavia, questa
umanità è stata a dir poco scoraggiata dal partecipare;
se mi guardo
attorno (anche qui al giornale, dove sono sindacalista di base), vedo
molti democratici riluttanti: galleggiano spensieratamente e non hanno
voglia di essere coinvolti nelle decisioni; salvo poi incazzarsi se si
sentono all'improvviso defraudati del loro diritto di decidere...
Scusatemi,
mi sto dilungando troppo e avrei ancora moltissimo da scrivere, anche
su alcune idee per proposte di riformismo "rivoluzionario" ad esempio
nel settore dei mass media e delle comunicazioni.
Spero che queste poche e confuse righe possa servire, almeno, a far
proseguire la nostra piccola discussione.A presto,
Zenone
Caro
Zenone, cari non-luoghisti,
ottima
l'idea di discutere in forum. Prometto una riflessione o più.
Per il
momento lasciatemi esprimere solo la sorpresa molto piacevole di aver
incontrato un gruppo di elevata attività intellettuale, tale da
costituire potenzialmente una vertebra di ceto dirigente. Mi aspettavo
un pugno di anarchici, invece ho avuto più l'impressione di
trovarmi
tra le pagine di "Giustizia e libertà" settant'anni or sono, ma
con
gente giovane, attiva e vivente.
Spero che la mia tendenza a
chiaccherare un po' troppo non sia apparsa "prevaricatrice".
A prestissimo
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Cari
nonluoghisti
Il fatto è che io non sono tanto d’accordo sul fatto che “la
casa
brucia”. Ovvero: siamo nel cuore di una crisi grave, molto grave; ma
non credo che l’esito sia il rogo generale. Quello che potrei dire a
sostegno della mia visione è puramente epidermico (fatti che
possono
essere contestati da altri fatti), perciò varrà la pena
di intrecciarlo
con qualche considerazione generale. Intanto si potrebbe rilevare che
metà dell’Europa è in situazione politica affine alla
nostra. Poi, che
il regime liberal-parlamentare ha attraversato altre crisi (1948-53,
fra attentato a Togliatti e legge truffa; 1969-79, fra Piazza Fontana,
terrorismo di stato e terrorismi vari). Queste crisi sono state
superate. Il modo di superarle, ovviamente, ha lasciato i suoi segni,
che sommandosi come cicatrici su di un corpo costituiscono la nostra
identità.
A voler essere rigorosi, si può fare tutta la storia:
1871, quando le mene della polizia romana incolpano gli anarchici di
presunti progetti eversivi e fanno cadere il governo democratico di
Benedetto Cairoli; la crisi 1891-96 tra Fasci siciliani, scandalo della
Banca romana e disfatta in Africa con la caduta del governo Crispi; la
crisi di fine secolo, che ebbe uno sbocco democratico. In tutti questi
casi (e la storia della Francia è analoga) la crisi è
sempre stata un
salutare banco di prova. Tutto dipende dalla volontà, dalla
preparazione e dall’adeguatezza dei cittadini e delle forze in campo.
L’avvento
del fascismo nel 1922 lo dimostra e contrario nel senso che un governo
pesantemente autoritario, ma pur sempre costituzionale, si trasforma
dopo la crisi Matteotti nel 1924 in una dittatura, perché un
pieno di
volontà di potere da parte dei violenti si contrappose a un
vuoto delle
forze liberali socialiste e cattoliche che non riuscirono non dico ad
abbattere Mussolini ma nemmeno a dialogare tra loro: l’Aventino.
Quest’ultimo tratto, il vuoto delle opposizioni, caratterizza in gran
parte anche la nostra situazione presente. Ma non siamo in uno stato di
conflitto sociale, economico e militare violento come nel primo
dopoguerra.
Il fatto è che io sono convinto che la democrazia sia
una entità vivente. Cioè, nessun insieme di leggi, regole
e
costituzioni può fare, di per sé, la democrazia. Questa
vive nei
cittadini che fanno valere i propri diritti e i propri bisogni, a
prescindere da quali diritti e bisogni siano scritti sulle Sacre Carte.
Intendo: quando i cittadini parlano, obiettano, protestano, la
democrazia è viva; altrimenti, dorme. Uno stato di equilibrio
non si
raggiunge mai, se non per breve tempo, perché anche quando siano
stati
soddisfatti tutti i diritti, il muoversi della società e
l’alternarsi
delle generazioni ripropongono nuovi problemi.
Perciò, non mi
preoccupa oggi tanto ciò che l’attuale governo statuisce e
conquista
per sé e per le sue cricche; mi preoccupa il (relativo) silenzio
dei
cittadini, che in grandi masse sembrano acquiescenti.
Sembrano:
perché l’acquiescenza va spiegata, socialmente e culturalmente.
Gran
parte del razzismo leghista, come da copione, è l’espressione di
strati
umili della nostra società che hanno appena raggiunto i benefici
della
sicurezza, della pensione, della villetta, e che vivono nel terrore di
venire spiazzati da questi benefici assistenziali per colpa di strati
di immigrati ancora più umili. E’ anche ovvio che dal momento in
cui
viene fondato il primo circolo e stampato il primo giornale razzista,
l’idea si consolida e, in parte, inizia a camminare con gambe proprie,
presentandosi come una entità autonoma. Non c’è idea
tanto stupida o
assurda che non trovi qualche seguace. Ma pochi seguaci non fanno
pericolo, è solo quando l’idea si sposa con uno strato sociale,
con un
bisogno collettivo, che essa diventa veramente un soggetto politico.
Scusate
queste banalità; le ripeto per sottolineare che io non credo che
la
maggioranza della gente sia stupida e perciò facile da imbonire
per
televisione. La gente (come “massa”) sceglie sulla base dei propri
interessi o bisogni. Ma l’aspetto mediatico e culturale è
decisivo,
perché è grazie ad esso che una determinata idea, come
sappiamo, si
autonomizza, si rafforza, si afferma, e crea l’illusione di essere una
entità reale capace di camminare da sola nel mondo. Così,
già da tempo,
le religioni… (Ammetto: questo che ho detto viene da Karl M.).
Perciò
a Bolsena ho insistito tanto sul fatto che mi sembra utile ingaggiare
una “battaglia” ( = studiare, capire i meccanismi, parlare) sul tema
dei media. E questo è il lavoro che ancora propongo.
Scusate
la lungaggine, il vostro Orepucer.
Cari nonluoghisti,
mi
fa molto piacere ricevere il messaggio di Zenone e l’invito a
partecipare a una discussione virtuale. Confesso che l’altro giorno,
dopo l’incontro di Bolsena, non ero molto soddisfatto. Si è
iniziato a
parlare di questioni “teoriche” che riguardano le coordinate generali
in cui ci muoviamo e gli scopi ultimi della nostra azione politica o
culturale. Poi però molti di noi hanno preferito evitare di
confrontarsi su temi di cui sanno poco e dirigersi in acque più
conosciute: si è parlato allora di impianti petroliferi, di
obiettivi
politici del movimento no global ecc. Va benissimo, intendiamoci, sono
tutti argomenti interessanti e importanti, ma il nostro gruppo non
è né
un comitato per l’aria pulita, né semplicemente una costola dei
no
global. Personalmente avrei preferito parlare di temi più
generali, per
esempio: i limiti della democrazia rappresentativa (che non riesce ad
essere niente più di una accettabile procedura con cui prendere
le
decisioni politiche); o il rapporto tra etica e politica (esiste un
modo etico di impegnarsi in politica o hanno ragione i “realisti” – da
Machiavelli a Sartre – e c’è solo da sporcarsi le mani?); e se
ne
potrebbero trovare molti altri.
*
* *
Non
mi sembra un caso che Zenone, nel suo intervento “inaugurale” del forum
proponga proprio uno di questi temi generali di cui parlavo: il
rapporto tra l’impegno per spegnere le fiamme della “casa che brucia”,
da un lato; e dall’altro la riflessione teorica sugli scopi ultimi
dell’azione e, per dire così, sull’ottima repubblica.
A me sembra
evidente che il primo e la seconda siano legati tra loro e mai si possa
sacrificare l’uno a favore dell’altro. Però non ci si può
nascondere
che una certa “tensione dialettica” tra le due prospettive esiste come
ha dimostrato la nostra discussione. Da una parte c’è chi
vorrebbe che
tutte le energie andassero a spegnere l’incendio, questa la si potrebbe
chiamare per semplicità la prospettiva del pompiere; dall’altra,
c’è
chi crede che la forza lenta delle idee coltivate, vissute e
testimoniate valga molto di più di qualsiasi azione
pompieristica;
questa la si potrebbe chiamare la prospettiva del tarlo che rosicchia
lentamente la mentalità e le istituzioni dominanti.
Fare
i pompieri dà molta soddisfazione, si ha l’impressione di
lottare
concretamente contro e per qualcosa. Il ragionamento del pompiere – lo
sappiamo - è questo: come si può stare a guardare quando
la casa
brucia? Ognuno deve prendere i secchi e darsi da fare. Non ho obiezioni
al ragionamento del pompiere; osservo però che questo
atteggiamento è
esposto alle dure repliche della storia. Quante battaglie si sono
fatte, diciamo, dalla rivoluzione del 1905 a oggi e sono state quasi
tutte perse. La storia del socialismo (per non parlare dell’anarchismo)
è stata in gran parte storia di catastrofi; certo ci sono state
anche
importanti conquiste, soprattutto nella seconda metà del
Novecento, e
non sono da sottovalutare. Ma sono sempre stati e continuano a essere
gli interessi di pochi a contare davvero, si è continuato e si
continua
a fare la guerra, i diritti politici e sociali sono sempre stati e oggi
sono più che mai in odore di revoca, per non parlare dello stato
di
salute della democrazia. So bene che è sbagliato buttare il
bambino
insieme all’acqua sporca, che le lotte socialiste hanno anche avuto
esiti apprezzabili e che, come diceva Kant, dal legno storto
dell’umanità non può venire mai nulla di dritto; ma
quello che mi preme
sottolineare è che il pompiere si trova molto spesso a vedere
l’incendio che si fa beffe di lui e a prosperare malgrado le sue
secchiate. Sia chiaro che questo non è un argomento che
giustifica
l’inerzia, non è cioè una ragione per non prendere in
mano il secchio e
la pompa idraulica (se l’abbiamo); ma bisogna essere coscienti che si
tratta di una lotta impari (Camus parlava di “assurdo” a questo
proposito).
Diversa
è la prospettiva del tarlo: se di fronte all’incendio il
pompiere si
butta contro il fuoco, il tarlo si ritira, studia, lascia che la casa
bruci; solo più tardi, quando gli sembra possibile, prova a
mettere dei
semi nelle ceneri, sperando che siano ceneri fertili e che possa
crescere qualcosa. Ma anche in questa fase il suo ruolo è
tendenzialmente defilato, fuori dalla mischia. Il limite
dell’atteggiamento del tarlo è evidente: lascia che la casa
bruci, non
fa nulla di concreto per salvare ciò che merita di essere
salvato. E’
del tutto incapace di fronteggiare una situazione concreta, figuriamoci
un’emergenza! Non solo, anche il tarlo, come il pompiere, non è
affatto
immune alle dure repliche della storia: da Socrate in avanti la storia
degli intellettuali è storia di individui ignorati, derisi, o
imprigionati e uccisi per le loro idee. Spesso i semi che hanno
piantato nella cenere della casa bruciata non hanno prodotto proprio
niente o qualche volta, addirittura, hanno prodotto mostri che non
erano affatto nelle loro intenzioni (penso a Marx e allo stalinismo o a
Fichte e al nazismo). Altre volte però quei semi sono
germogliati e
hanno lentamente eroso imperi che sembravano invincibili. Questo
è il
punto di forza della strategia del tarlo: sul lungo periodo le sue idee
possono fiorire, espandersi, entrare nelle teste della maggioranza e
tradursi in realtà nella sfera politica e sociale. Gli aspetti
migliori
della Rivoluzione americana, francese e russa, dell’antifascismo
italiano, della democrazia occidentale sono tutti stati preparati da un
lavoro lento e sotterraneo di tarli liberali, illuministi, socialisti,
ecc. Senza quel lavoro la storia sarebbe davvero stata diversa.
Se
quello che scrivo è vero, la questione se dobbiamo essere
pompieri o
tarli diventa abbastanza irrilevante: è ovvio che dobbiamo
essere
entrambe le cose e che dobbiamo superare quella “tensione dialettica”
che abbiamo avvertito a Bolsena. Ognuno sarà più tarlo o
più pompiere a
seconda delle proprie inclinazioni, ma entrambi sono necessari. Senza
il pompiere la casa brucia, ma senza il tarlo non siamo in grado di
costruirla in modo che resista ai piromani o ai distratti che lasciano
il gas aperto.
Tarlino (così si capisce da
che parte vorrei stare)
Cari
tutti,
l’aspetto
più interessante di quanto vedo scritto nel forum credo sia il
senso di
identità, di gruppo che emerge dalle vostre/nostre riflessioni.
Benché
non sia io stesso in una serena fase socievole della mia vita, amo
l’idea del gruppo che si incontra e che riflette, che elabora, discute
e affronta, anche con una certa veemenza, temi di un certo rilievo.
Se
mi permettete questa breve digressione, direi che a Bolsena, rispetto
agli altri incontri, si è fatto un passo avanti. Un avanzamento
non
solamente dato dalla presenza di persone nuove e ben preparate, quanto
piuttosto dalle linee di discussione che sono emerse durante l’incontro
e soprattutto dalla possibilità di articolare, anche se ancora
in modo
rapsodico, una produzione di pensiero che non sia chiacchiera o mero
raccontarsi. L’identità di gruppo, poi, è ulteriore
elemento che rende
possibile l’avanzamento di cui sopra.
Nonluoghi, come la parola
stessa pare far riferimento, è qualcosa in movimento, in
metamorfosi
continua, che però diviene di volta in volta luogo di discorso
proteso
verso un luogo possibile.
Tarlino
dice bene, quando sostiene che non siamo un comitato e nemmeno una
costola del movimento no global (o alter global che dir si voglia),
tuttavia è bene che anche durante la riflessione teorica si
aggiungano
esempi per portare la discussione su quel piano di concretezza che
rende le difficoltà più visibili e più sentite.
Ciò non significa
condurre il discorso su una questione personale, quel caso particolare
che è il mio e che mi fa star così male. In questo modo,
è vero, la
riflessione faticherebbe a procedere e rischierebbe di arenarsi.
Ciò
nonostante, durante l’incontro di Bolsena mi sembra che siano emersi
alcuni punti, per altro poco approfonditi, che hanno il pregio di
inquadrare bene la situazione attuale. Oltre alla “casa che brucia”
(questione che non convince Orepucer e in un certo senso la cosa ci
può
anche rincuorare, dal momento che il grigiore della chioma si
accompagna a esperienza e conoscenza), le cui alte fiamme si son viste
anche in questi giorni con la “soluzione” del conflitto di interessi,
la discussione ha preso di mira, a mio parere, la necessità di
una
riflessione adeguata sulle tematiche dell’ambiente (inteso come parte
dell’essere stesso dell’uomo e non come qualcosa di contrapposto e
quindi la sua minaccia è la minaccia di noi stessi) e il ruolo
che la
cosiddetta società civile (intesa come associazioni, gruppi,
comunità
locali, ecc. che non partecipano al potere e che da esso si
distinguono) potrebbe avere nella elaborazione e applicazione di quei
correttivi dei meccanismi decisionali. Come esempio per un allargamento
dal basso della partecipazione ai meccanismi decisionali si accennava
alle comunità locali che decidono sulla problematica di un corso
d’acqua.
Questi correttivi, così come la revoca del mandato,
sono sembrati, ed è stato detto, poca cosa rispetto alla
complessità
della situazione che stiamo vivendo è generalizzata e non
circoscrivibile al solo caso italiano (anche se dobbiamo affermare che
il nostro piromane di fiducia ce la mette tutta per mettersi in
mostra).
Così,
non a caso un altro aspetto della nostra discussione ha fatto emergere
la necessità di una considerazione globale di ciò che
stiamo vivendo. E
questo non solo in termini di delocalizzazione del lavoro e
necessità
di garanzie sui minimi di base, ma anche su tutti gli altri aspetti
della deriva globalistica. Qui si è potuto inserire il discorso
su
Genova e il movimento. Tra l’altro, le considerazioni svolte mi sembra
proprio avvalorino le percezione che era circolata sulle pagine di
Nonluoghi prima dell’incontro di Genova, ossia non accettare la
trappola genovese.
Che
Nonluoghi sia su una qualche buona strada per capire, quanto meno, cosa
stiamo vivendo? Potrebbe essere. Ciò che è certo è
che una delle idee
di fondo di Nonluoghi e del suo ideatore raccoglie in pieno quel tipo
di battaglia cui si riferisce Orepucer nel suo messaggio.
Con sincero affetto a tutti,
Osservatore
Cari
partecipanti a questo forum,
con
la suggestiva immagine della casa che brucia, l'amico Zenone visualizza
la profonda crisi di valori che tutti oggi stiamo attraversando. Una
crisi - direi - di ogni tipo di 'valore vero': lealtà,
onestà,
solidarietà, educazione, morale... ai quali - mai come oggi -
stanno
sempre più prendendo il posto i 'valori falsi', cioè il
potere e il
danaro.
Mi chiedo quanto calzi questa immagine delle fiamme. Se una
casa brucia ci vogliono i pompieri che la spengano, cioè un
intervento
esterno che risolva la situazione.
Purtroppo a me sembra che la cosa
sia ben più complessa, perchè anche se 'qualcuno'
riuscisse a spegnere
l'incendio, ci sarebbe sempre il problema del dopo-incendio.
Mi
spiego: in Italia abbiamo questa situazione di estrema anomalia che
è
il berlusconismo. Ogni persona onesta (anche di destra...) non
può
negare che l'essere governati dal 'padrone di tutto' sia un problema
non indifferente.
Innanzitutto - quindi - ci vogliono dei pompieri
che spazzino via questa fiamma anomala... e per ottenere questo
è
sufficiente che tra 2 anni gli italiani non ripetano l'errore madornale
che fecero nel maggio del 2001... (sbagliare è umano,
perseverare
è....).
Ma spegnere l'incendio-berlusconi non basta. Infatti basta
guardare al di fuori dei nostri confini per vedere che questa crisi di
valori tocca molti, troppi altri Paesi, non governati da un Berlusconi,
e neppure da un governo di destra.
Allora cosa fare? La realtà è ben
più dura che un semplice incendio.... la realtà è
che il mondo è
veramente cambiato, e questo cambiamento ha spazzato via tutto (o
quasi....) lasciandoci solo (o quasi...) i falsi valori.
Cosa ci resta dunque?
Per fortuna ci resta ancora quel 'quasi'... quindi c'è ancora
speranza.
Ma tutto dipende da ognuno di noi.
Cordiali
saluti,
Federico (Oslo, Norvegia)
Ciao a tutti,
ritengo
che il web sia il luogo ideale per discutere e confrontarsi su questi
temi, perchè ha tutto quello che nel mondo reale in genere non
c'è:
spazio infinito, tempo, e soprattutto parità di condizioni.
quote:
Cari nonluoghisti
Il fatto è che io non sono tanto d’accordo sul fatto che “la
casa
brucia”. Ovvero: siamo nel cuore di una crisi grave, molto grave; ma
non credo che l’esito sia il rogo generale. Quello che potrei dire a
sostegno della mia visione è puramente epidermico (fatti che
possono
essere contestati da altri fatti), perciò varrà la pena
di intrecciarlo
con qualche considerazione generale. Intanto si potrebbe rilevare che
metà dell’Europa è in situazione politica affine alla
nostra. Poi, che
il regime liberal-parlamentare ha attraversato altre crisi (1948-53,
fra attentato a Togliatti e legge truffa; 1969-79, fra Piazza Fontana,
terrorismo di stato e terrorismi vari). Queste crisi sono state
superate. Il modo di superarle, ovviamente, ha lasciato i suoi segni,
che sommandosi come cicatrici su di un corpo costituiscono la nostra
identità.
Concordo
sul fuoco fatuo che circonda la casa.
Il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza.
Penso che in queste parole risieda uno dei pilastri della
società moderna e democratica.
Il
loro significato indica che non si può mai fidarsi di chi
detiene il
potere, che ci si deve sempre confrontare, all'infinito, senza
sosta.
Altrimenti la casa sarà divorata da un incendo tanto rapido che
in un attimo non resterà più nulla.
Un
buon esempio di ciò può essere la Germania Nazzista, dove
una giovane e
ancora ingenua esperienza repubblicana si è "fidata" più
del dovuto.
Mario
Risposta
a Tarlino
Cari Nonluoghisti
vorrei
riferirmi al messaggio di Tarlino, che mi ha molto colpito
Le
due categorie da lui evidenziate sono largamente condivisibili, e io
non ho alcuna vergogna a dichiararmi sicuramente più simile al
pompiere
che al tarlo. Ho la vocazione dell'attivista, più tendente
all'azione
che non all'approfondimento e alla teorizzazione.
Tuttavia
penso che non sia giusto insistere su questa categorizzazione, e
sull'attestarsi in due diverse e opposte identità. Penso che se
tanto
attivismo produce così pochi risultati sia proprio dovuto al
problema
dell'identità, a un malinteso senso di identità che
spezza i canali di
comunicazione e spesso di comprensione alle due fondamentali e
inscindibili categorie.
Gli
attivisti-pompieri si agitano parecchio, ma spesso si muovono in
direzioni sbagliate, confuse, producendo pochi risultati e utilizzando
modalità che allontanano i cittadini comuni, piuttosto che
invogliarli
a unirsi. Si prestano quindi ad essere strumentalizzati dai poteri che
avversano, diventando facili bersagli invece di diventare autorevoli
controparti.
Gli
intellettuali-tarli a loro volta parlano un linguaggio talvolta
difficile che crea distanza con il cittadino comune, che crea complessi
e diffidenza, che parla di realizzazioni impossibili, lontane,
inimmaginabili, risultando nella migliore delle ipotesi dei
mattacchioni visionari, nella peggiore degli altezzosi sapientoni.
Indubbiamente
nessuno di noi è completo e nessuno di noi può fare e
sapere tutto di
tutto. Però dovremmo cercare di dialogare tra pompieri e tarli,
dovremmo cercare canali di comunicazione, dovremmo contaminarci
(scusate il gergo movimentista), pensare e agire insieme, confrontarci,
scegliere insieme le modalità di azione del pompiere, e
ridimensionare
le prospettive mentali dei tarli. I pompieri devono sforzarsi a
pensare, e i tarli devono vincere la loro ritrosia ad agire.
In
un mondo di uomini che agiscono senza pensare, non c'è
emancipazione
che possa realizzarsi. Nello stesso modo in cui non ci sarebbe
emancipazione in un mondo fatto di sole intenzioni, irrealizzabili e
irrealizzate.
Io
voglio credere che un'interazione tra pompieri e tarli possa produrre
quelle alternative al sistema che da una parte servirebbero ad attirare
e convincere i cittadini comuni non militanti, e che dall'altra
potrebbero essere utilizzate su basi teoriche per alzare ancora il tiro
e mirare a qualcosa di ancora migliore. Questi mondi alternativi
dovrebbero essere abitati dalle due categorie insieme, si dovrebbe
respirare in essi la forza propulsiva ma non incontrollata creata dal
patto tra le due categorie.
A
Bolsena quest'aria c'era, attorno allo stesso tavolo convivevano le due
forze, ed è sull'avvicinamento e sul dialogo tra di esse che si
gioca
secondo me una concreta possibilità di cambiamento.
Se non
cominciamo noi, qui, adesso, ci releghiamo di nuovo, in qualche modo, a
una visione di classe, "specialistica", di casta, di albo
professionale, di delega, che è proprio quanto abbiamo
dichiarato di
avversare.
Camilla
Sono
assolutamente d'accordo su quanto dice Camilla. Non vorrei aver
dato l'impressione di voler costriure un muro tra tarli e pompieri.
Esempi di collaborazione tra i due ci sono. Mi riprometto di
scrivere(con calma)qualcosa sul modo in cui Gandhi impostava la lotta,
saldava mezzi e fini e rendeva possibile il superamento del fossato tra
tarli e pompieri.
Tarlino
Ciao a
tutti,
mi pare che alcuni dei nodi critici emersi nella sincera e divertente
discussione di Bolsena fossero i seguenti:
1.
come articolare interpretazione ed iniziativa politica concreta in un
mondo sempre più attraversato e gestito da poteri di controllo
incardinati
su complessi saperi tecnici; come rendere possibile un processo
democratico razionale per risolvere la pluralità di drammi
evitabili associata allo sviluppo capitalistico?
2.
quale comunicazione e proposta divengono effettivamente percorribili in
un mondo nel quale i drammi implicano laceranti conflitti tra le
molteplici
vittime dei processi in atto? Va bene continuare nell'ottica
(mediaticamente efficace, ma auto-paralizzante sul piano dell'azione)
di new global, ma
anche della più parte della sinistra istituzionale, a lasciare
nella latenza per non dire ad occultare tali conflitti (tra lavoratori
collocati in basso
nella gerarchia sociale ed extracomunitari - nuovo esercito industriale
di riserva, ambientalisti e sindacalisti, consumatori e lavoratori,
ecc.)?
evidentemente no, ma, qualora lo si accetti, allora vale quello che
personalmente (ma potrei sbagliare) vivo come un pesante deficit (anche
solo
teorico - perché anche in accademia i problemi vengono
frazionati secondo logiche che inibiscono la comprensione delle
interconnessioni maligne) anche solo nel reperire riferimenti ed
esperienze nelle quali le contraddizioni in parola vengano ridotte ad
un minimo, all'interno di un processo di
partecipazione democratica alle scelte collettive.
3.
quali istituzioni di regolazione e controllo a livello sovranazionale
sono auspicabili?
4.
mi pare che abbiamo trascurato il problema dell'evoluzione tecnologica
e dei rischi ad essa connessi: si veda in part. (per chi ne ha la
voglia)
l'interessantissimo, brillante ed utilissimo testo di David Lyon
(2002), la società sorvegliata, Feltrinelli,Milano.
un
caro saluto, col solito senso di disperazione attiva,
Piter
Da Mario:
quote:
Ciao a tutti,
mi pare che alcuni dei nodi critici emersi nella sincera e divertente
discussione di Bolsena fossero i seguenti:
1.
come articolare interpretazione ed iniziativa politica concreta in un
mondo sempre più attraversato e gestito da poteri di controllo
incardinati
su complessi saperi tecnici; come rendere possibile un processo
democratico
razionale per risolvere la pluralità di drammi evitabili
associata allo sviluppo capitalistico?
Queasta
domanda mi interessa molto, perchè essendo un tecnico, un
appassinato
di scienza e tecnologia e lavorando nel settore informatico, la mia
esperienza è abbastanza ricca di esempi che coinvolgono persone
"normali" e la tecnologia.
Specialmente il mondo dell'informatica
per il suo aspetto duale di immediatezza, nell'accesso agli strumenti
tecnologici e nella necessità di utilizzarli, e la
complessità
intrinseca di questi strumenti, il fenomeno che vede l'uomo moderno
opposto alla tecnologia emerge più lampante che in altre
circostanze.
Se
ci pensate bene è un bel paradosso che l'uomo sia contrario a
ciò che
lo rende più libero e meno in balia degli umori di madre natura.
In
realtà questa avversione nasce da una estraneità
dell'uomo della strada
verso i temi scientifici e tecnologici. Una caratteristica che lo rende
continuamente e progressivamente sucube della tecnologia che soverchia
le gerarchie e prende il controllo dell'uomo.
E qui intrecciamo un
altro paradosso: la tecnologia nata dall'uomo per l'uomo al fine di
essere da lui dominata e controllata (al contrario della Natura
ribelle), inverte il suo ruolo.
Non lo fa assumendo le sembianze di
Arnold Swarzeneger in Terminator, ma attraverso la diffusione di
apparecchi complessi che non permettono a chi li usa di comprendere
come sono fatti e come li si può usare. Semplicemente di tratta
di
oggetti nati per essere utilizzati in maniera semplice ed intuitiva. vi
starete chiedendo che cosa ci sia di male... Bhè dato che le
interfacce
grafiche dei software sono sempre più pensate per un
utente-scimmia,
presumo che almeno ci sia un qualcosina che non va affatto.
L'informatica,
come dovrebbe sottolineare la parola stessa è la scienza delle
informazioni, solo che ora il mercato propone beni che gestiscono loro
le informazioni, tagliando fuori l'uomo.
Questo meccanismo è quello
che il movimento degli hacker ha cercato e sta cercando di impedire da
quando è nato. Lo spirito e la filosofia del mondo hacker vedono
l'uomo
come protagonista a patto che egli prenda cosienza di quanto sta
facendo e di quanto è in grado di fare con la propria conoscenza.
Il
mondo sarà sempre più in mano a tecnocrati se l'uomo
della strada
persevera nel trascurare fra le voci della sua cultura personale quelle
della conoscenza scientifica. Non penso che ogniuno debba essere un
ricercatore e dedicare tutta la propria vita alla scienza, basterebbe
avere le basi del pensiero scientifico, inculcare il Metodo, che
rappresenta la vera forza motrice di tutta la ricerca.
Se la gente
non si fa domande, se la gente non critica le risposte che gli vengono
fornite, se la gente non prova la curiosità per il mondo,
sarà molto
difficile poter evitare la superiorità di coloro che le
conoscenze le
hanno, o meglio le sfruttano come un vantaggio personale.
Io
sono convinto che la ricerca possa dare molte più risposte di
quante
uno non immagini. Iniziando dal proporsi come una fonte di reddito
economico (e non come un capitolo di spesa), migliorare il tenore di
vita e ridurre l'impatto ambientale, comunque inevitabile data la
numerosità degli esseri umani, creare un mondo più libero.
quote:
un caro saluto, col solito senso di disperazione attiva,
pietro
Carissimi,
devo
scusarmi per essermi inserito solo ora nel dibattito, ma sono stato in
ferie ed il ritorno in ufficio è stato, nonostante agosto,
abbastanza
duro.
Io dovrei essere considerato tra i "pompieri", ma mi sento anche un po'
tarlo.
Cerco
di spiegarmi. Perchè la casa brucia? Perchè ci troviamo
di fronte ad un
fatto mai successo prima in un altro paese: un gruppo aziendale (per di
più che controlla i media) ha preso il potere attraverso
un'entità
priva di valori (Forza Italia)e l'ha fatto attraverso ad un manipolo di
personaggi uniti dal logo Mediaset, dall'appartenenza alla P2 e
quant'altro che si sono alleati ai post-fascisti e a dei razzisti
chiamiamoli etnici . La storia non ha raccontato mai nulla di simile.
Evvero che non esistono particolari conflitti sociali (che forse covano
sotto la cenere, ma dove sono i sindacati?), ma non abbiamo come nel
'22 partiti che esprimono valori, ma soltanto qualunquistici impegni a
fare (le fogne, le strade e qualche ponte...) con cittadini che non
partecipano e che chiedono solo portafogli più gonfi e
l'isolamento del
diverso che inquieta. E questo purtroppo è un dato comune agli
altri
Paesi (in fondo il fascismo dilagò in Italia nel '22 e poi si
è espanso
in tutto il resto d'Europa).
Non basta cari amici che domani la
gente voti a sinistra per rassicurarmi, perchè rimane il grave
macigno
di una destra che non esprime valori liberali e costituzionali, ma
soltanto vaggiti e silenzi antidemocratici. Non sappiamo, caro Nino,
l'evoluzione di tutto ciò e io vedo nero in tutti i sensi.
Certo poi
c'è la riflessione di cos'è oggi la democrazia non solo
in Italia, ma
nel mondo. E allora possiamo dire che la democrazia non può
limitarsi
ad essere solo elettorale, ma deve essere partecipata e che questa
partecipazione almeno per l'esperienza italiana può rinascere
dalle
municipalità, dai quartieri, dai luoghi di lavoro, di studio e
di
ricerca, dalla cultura che deve essere di vetro e non chiusa in
élites.
Ma qui divento tarlo e mi sento un tarlo ignorante con grande
voracità
di legno (alias libri).
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