A chi il potere? Ricordo di Nino Recupero
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 10:42:03 CET da nonluoghi |
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[La notte tra il 2 e il 3 novembre 2003, si spegneva il professor Nino Recupero, che proprio negli ultimi mesi di vita si era avvicinato anche al gruppo che anima Nonluoghi. Nino Recupero era nato a Catania nel 1940 e insegnava Storia moderna alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano, dove da tre anni teneva anche i corsi di Storia delle istituzioni politiche e sociali.]
di Alberto Castelli *
“Da George Orwell ho imparato che se qualcosa può essere
detta in cinque pagine, è disonesto scriverne cento”. Questa
frase, con cui Nino Recupero accoglieva i visitatori del suo sito web,
mostra già molto bene il carattere sobrio e serio di un
intellettuale dedito allo studio esclusivamente per il gusto di
conoscere e di far conoscere. Era un accademico “semplice”, estraneo a
ogni altezzosità, a ogni manifestazione di prestigio o di
potere; dotato di una grande umanità e pronto a aiutare i
giovani che si affacciavano alla ricerca e chiunque lo avvicinasse per
chiedergli un consiglio o un parere.
A ogni domanda riteneva di dover dare una risposta circostanziata,
ampia, ragionata, problematica, senza cercare scorciatoie. Quando gli
veniva posto un problema, rispondeva con calma, parlando a lungo e con
una linguaggio semplice e preciso. Era capace di accostarsi alle
persone senza pregiudizi, senza giudicarne l’intelligenza o la cultura,
ma attento in tutti i modi a riconoscere il valore di ognuno.
Recupero si laureò in lettere nel 1966 a Catania, con Giuseppe
Giarrizzo, con una tesi su Oliver Cromwell. Dopo la laurea fu
assistente alla cattedra di Storia del Risorgimento
dell’università di Catania con Gastone Monacorda, Giorgio
Candeloro, Francesco Renda e Francesco Sirugo. Tra il 1968 e il 1969
trascorse un lungo periodo a Oxford, dove poté proseguire le sue
ricerche sul Seicento inglese e dove perfezionò la conoscenza
della lingua inglese che era in grado di parlare e scrivere in modo
perfetto e con notevole proprietà di linguaggio. Vinse il
concorso di professore associato nel 1984, divenendo titolare della
cattedra di Storia dell’Europa occidentale alla facoltà di
lettere dell’università di Catania. Si trasferì poi a
Trieste e, nel 1995, a Milano, dove insegnò Storia moderna e
Storia delle istituzioni politiche fino al novembre 2003, data della
sua morte.
La sua attività intellettuale non si limitava all’insegnamento e
alla ricerca: promuoveva iniziative di vario tipo, dando vita per
esempio all’Istituto Siciliano per lo Studio dell’Italia Contemporanea
di Catania, aderente alla rete degli Istituti della Resistenza; oppure
organizzando a Messina, nel 1981, un convegno su Mafia e potere;
oppure, ancora, realizzando seminari e corsi fuori dall’accademia, come
il ciclo di conferenze Colloqui con la storia, tenuto a Cinisello
Balsamo nel 2002, in collaborazione con Salvatore Lupo, Augusta
Molinari, Luisa Passerini e Roberta Fossati. Collaborava, inoltre,
regolarmente con vari editori, tra cui Giuseppe Maimone di Catania e
Selene edizioni di Milano; e è stato tra i fondatori della casa
editrice e del periodico Mesogea, che si propone lo scopo di mettere in
relazione tra loro le diverse culture del mediterraneo.
Ho accennato alla sua profonda conoscenza dell’inglese, ma le sue
competenze linguistiche andavano ben oltre: aveva una buona padronanza
del francese, del tedesco e dello spagnolo e conosceva molto bene il
latino classico, rinascimentale e seicentesco. I suoi interessi
scientifici erano vari e comprendevano almeno tre ordini di argomenti.
Il primo riguardava il contesto culturale, il sistema educativo e
quello cetuale in Sicilia nei tre secoli che vanno dal Rinascimento
all’Illuminismo . Il secondo, come ho accennato, concerneva il Seicento
inglese, con particolare riferimento alle forme ideologiche assunte da
vari gruppi sociali tra la metà del Cinquecento e l’inizio del
Settecento . Più direttamente connesso con i problemi di oggi
è il terzo ordine di argomenti coltivato da Recupero: quello che
lo porta a sconfinare dal terreno dello storico modernista di
professione, per studiare le dinamiche politiche e sociali che danno
forma al mondo in cui viviamo.
Non ho le competenze per discutere dell’attività scientifica di
Recupero nel campo della storia moderna inglese e siciliana, e mi
auguro che altri lo facciano al più presto e in modo esauriente;
vorrei invece proporre qualche considerazione sulla terza direttrice
dei suoi interessi intellettuali: quella direttamente connessa con il
suo impegno politico e sociale. Tra gli scritti di questo genere
pubblicati da Recupero negli ultimi anni, a mio parere, rivestono
particolare importanza il breve articolo Resistenza e Costituzione:
cosa sono stati per me, lo scritto sul tema Mare di pace mare di guerra
discusso nel corso del seminario di Mesogea tenutosi a Messina il 16
novembre 2001, il saggio Il mobbing in Italia, e il volumetto, scritto
con Sandra Carrettin, "A chi il potere? Dialogo sulla democrazia, oggi".
Recupero ha pubblicato l’articolo su Resistenza e Costituzione in
occasione del 25 aprile 2002 sul periodico “L’isola possibile” del
Catania Social Forum. Egli argomenta a favore dell’importanza di
mantenere vive le celebrazioni per la liberazione dal nazifascismo
anche a distanza di cinquanta anni e in una situazione storica e
politica molto diversa da quella che ha dato origine alla Resistenza e
alla Costituzione italiana. L’opportunità di continuare a
celebrare la Resistenza, a suo giudizio, è data dal fatto che la
democrazia, come oggi la conosciamo, nasce in modo non mediato da
quell’esperienza. «Senza la Resistenza e la lotta armata contro i
nazisti e i fascisti – scrive a questo proposito - non ci sarebbe stata
nemmeno la Costituzione né la possibilità di votare. (…)
La destra italiana già dal secolo precedente aveva manifestato
la sua preferenza per la politica del bastone, del carcere, della
repressione cieca: il fascismo non è nato per caso nel nostro
paese. E nemmeno è stato sconfitto per caso. Per abbatterlo ci
volle, oltre lo sforzo bellico degli Alleati, la guerra partigiana:
“partigiana” cioè la guerra di chi, per buoni fini, si assunse
la responsabilità di essere di parte». Insomma, le
libertà e i diritti di cui godiamo ora non sono nati da soli, ma
sono il risultato di una scelta politica ben precisa a favore della
democrazia: una scelta che va ricordata, celebrata e rinnovata
continuamente, affinché regimi autoritari di qualunque tipo non
possano prendere il sopravvento. Non si tratta, a parere di Recupero,
di restare ancorati in modo dogmatico alla lettera della Costituzione;
al contrario significa cercare sempre il modo di accrescere gli spazi
di democrazia che la Costituzione può garantire. Recupero
conclude rivolgendosi direttamente ai lettori del periodico del Catania
Social Forum con queste parole: «noi, seconda generazione della
Resistenza, possiamo ancora riproporla ai più giovani, con
speranza di essere ascoltati. Non vogliamo trasmettervi una
realtà mummificata ma un insieme di principii, un ideale.
Viveteli come credete, rendeteli adatti a voi e ai vostri tempi,
modificateli, fateli vivere!».
Strettamente connesso a queste tematiche è l’argomento del
volumetto A chi il potere?: una sorta di “dialogo platonico” che prende
le mosse da problemi di attualità, come quello dell’elettrosmog,
dello smaltimento dei rifiuti, o dell’atteggiamento dei governanti di
fronte alle proteste avvenute a Genova durante il G8 del luglio 2001.
Discutendo di questi problemi, Recupero fa emergere quella che gli
sembra «l’ipocrisia fondamentale» dei nostri ordinamenti
politici e che riguarda il divario tra la dichiarazione teorica della
sovranità popolare e il modo effettivo in cui viene gestito il
potere nelle democrazie occidentali. «Mentre le costituzioni –
scrive - dichiarano la sovranità del popolo, quando si guarda da
vicino si scopre che in realtà conta solo la gerarchia di
potere» . Di fronte a questo problema, Recupero sostiene la
necessità di riconquistare una «gestione collettiva della
vita comune» sia attraverso il radicale ridimensionamento dei
privilegi della classe politica, sia con la trasformazione dei
rappresentanti parlamentari in “portavoce” eletti sulla base delle
fasce di reddito dei cittadini e fortemente responsabili nei loro
confronti. Certo, un progetto politico di questo tipo può
sembrare utopico o, almeno, estremamente difficile da realizzare, per
cui sorge la domanda se abbia ancora senso coltivare l’ideale della
sovranità popolare, o se non convenga piuttosto accettare con
spirito realistico la ferrea legge dell’oligarchia nella sua versione –
morbida rispetto ad altre - delle democrazie occidentali. La risposta,
del tutto condivisibile, che Recupero propone a questo problema mi
sembra essere che, senza credere di poter eliminare del tutto il
dominio della classe politica, è giusto e doveroso impegnarsi
affinché tale dominio sia sempre più controllato e
limitato dai governati. In altre parole egli sostiene che, pur nella
coscienza che la piena sovranità popolare è destinata a
rimanere un’utopia, non possiamo dirci legittimati ad accontentarci di
ciò che abbiamo. Siamo cioè chiamati a lottare per
riformare le nostre istituzioni, in modo che chi gestisce il potere sia
sempre più responsabile di fronte a noi governati e sempre meno
padrone di decidere del nostro destino.
Nell’intervento al seminario messinese di Mesogea, Recupero propone
alcune considerazioni sulle forme attuali del conflitto - più
che millenario - tra i popoli del mediterraneo. Un conflitto che negli
ultimi anni tende sempre più a radicalizzarsi sull’onda del
terrorismo globale e delle risposte a questo terrorismo. L’analisi di
Recupero rifugge da ogni semplice attribuzione di responsabilità
sulle cause del conflitto tra le sponde del mediterraneo nei modi e
nelle forme in cui si configura oggi. Precisa piuttosto che attorno
alle rive di un mare da sempre conteso la vera speranza di pace non sta
nella «soppressione (utopistica?) della guerra», ma
«nell’accettare l’impossibilità dell’unificazione formale
e totalizzante, nell’accogliere le differenze, nel decidere di
costruire su di esse» . Si tratta cioè di innescare tra i
popoli del mediterraneo un processo simile a quello che ha portato
all’unificazione europea, possibilmente senza che prima si debba
passare per una catastrofe come quella delle due guerre mondiali.
Recupero nota che l’avvio di questo processo viene ostacolato da
numerosi fattori. Tra questi, a suo parere, il più importante
è il lascito della storia degli ultimi due secoli; è
l’eredità della «condizione coloniale che la costa nord ha
imposto alla costa sud del Mediterraneo». Tale eredità,
secondo Recupero, sopravvive al colonialismo che l’ha generata sotto
forma di cultura, di mentalità che «sottende ancora oggi
le relazioni tra i paesi del nord e del sud del Mediterraneo»,
che ci spinge a interpretare «ricchezza e povertà,
sviluppo e sottosviluppo (…) come polarità tra “noi” e
“loro”» e che, in ultima analisi, ci porta ad accettare la
semplicistica raffigurazione di un potenziale o reale “scontro tra
civiltà” così adatto a «buttare le fondamenta di
una nuova crociata» .
L’ultimo saggio che vorrei prendere in esame in questa sede testimonia
della curiosità e dei vasti interessi che Nino Recupero era
capace di coltivare; il saggio in questione, infatti, non tratta di
argomenti congeniali a un professore di storia, ma di un fenomeno
legato alle relazioni sociali nel mondo contemporaneo come il mobbing.
Lo scritto di Recupero sul mobbing costituisce la prima parte di un
volume in cui figura anche la testimonianza diretta di una lavoratrice
che ha subito personalmente la violenza del mobbing. Non bisogna
però credere che, per questo, il lavoro di Recupero si limiti a
una denuncia del fenomeno e a un appello alle autorità
affinché prendano misure per combatterlo. Certo, questa
prospettiva è presente nelle pagine di Recupero, ma egli sa
anche esaminare il problema del mobbing in modo obbiettivo e
distaccato, definendolo con precisione e cercandone le cause profonde e
le dinamiche che lo contraddistinguono.
Recupero inizia il suo ragionamento portando degli esempi concreti di
mobbing per poi definirlo, in termini generali, come una situazione in
cui «l’ambiente circostante si è coalizzato contro di loro
[le vittime del mobbing] scatenando non un singolo attacco, ma tutta
una serie continuativa e ripetuta di piccoli atti che puntano a
danneggiarli: li si rinchiude in uno spazio “negativo”, li si isola, in
ultima analisi li si perseguita e li si distrugge» . Si tratta,
secondo Recupero, di un fenomeno legato ai meccanismi con cui un gruppo
sociale ribadisce i propri confini e la gerarchia al proprio interno;
è ovvio, di conseguenza, che si verifichi soprattutto negli
ambienti di lavoro organizzati in modo gerarchico, verticale, e
percorsi da forti tensioni competitive. Ma il mobbing non è una
caratteristica permanente di ogni luogo di lavoro e di ogni periodo
storico; al contrario, pur non mancando esempi nel passato, è un
fenomeno nuovo e diffuso nelle società in cui l’economia
è più “avanzata” o, meglio, più conforme alle
scelte organizzative che caratterizzano il mondo di oggi. In
quest’ottica, il mobbing assume i tratti di una malattia sociale della
nostra epoca e del nostro sistema economico: «Il mobbing
propriamente inteso – scrive Recupero – si spiega solo in un mondo del
lavoro ossessionato dalla mobilità e dalla competizione, dove
tutti sono rivali di tutti, dove il miraggio delle facili carriere
tende ad eliminare ogni solidarietà». E poco oltre: il
mobbing «va di pari passo con quell’altro termine inglese che
è la deregulation, cioè la totale abolizione di ogni
vincolo al mercato del lavoro». In questo modo lo studio di
Recupero sul mobbing non resta solo una ricerca su un fenomeno
sociologico circoscritto, ma assume le dimensioni di una vera e propria
riflessione sulla società contemporanea, sui suoi valori e sui
suoi destini.
* Questo articolo è stato pubblicato in “Italia contemporanea”,
(Milano), n. 233, dicembre 2003, pp. 701-705.
Nino Recupero ha pubblicato per Nonluoghi il volume A chi il potere?. Dialogo sulla demcorazia, oggi, scritto con Sandra Carrettin.
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