Ragionamenti sparsi di bicicrazia
Inserito Mercoledì, 16 marzo 2005 @ 02:12:15 CET da nonluoghi |
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[appunti di Zenone Sovilla *]
1) Premessa quasi banale.
Condividiamo il proposito di evitare che la specie umana sparisca dal
pianeta Terra. E con lei le altre speci oggi note.
Condividiamo l'assunto che ogni essere umano ha pari dignità.
E dunque condividiamo il proposito di sforzarci tutti insieme per
limitare la sofferenza degli esseri umani. Per quanto il concetto di
sofferenza possa ritenersi abbastanza relativo esistono alcuni aspetti
correlati con lo stato di salute psicofisica che si possono considerare
meno controversi.
Per esempio l'ammalarsi o morire prematuramente e anche per cause
prodotte da altri esseri umani che dunque mettono in atto comportamenti
incompatibili con l'assunto della pari dignità e della riduzione
della sofferenza.
Oppure distruggere l'ambiente naturale mettendo a rischio le
condizioni che garantiscono la vita sul pianeta Terra così come
la conosciamo oggi; o più o meno così.
2) Che cosa succede in realtà.
Bene. Se osserviamo il mondo che ci circonda - vicino e lontano - credo
sia possibile verificare senza grande sforzo, che questi propositi di
pari dignità sono disattesi non tanto nel linguaggio - delle
istituzioni (che pure producono norme talora palesemente incoerenti con
il nostro assunto), dei mass media, di buona parte della cultura -
quanto nella realtà.
È evidentemente in atto uno spietato tentativo deterministico di
indurre e accelerare una vera e propria mutazione antropologica che
dovrebbe rendere l'essere umano sensibile solo ad alcune sfere
dell'esistenza e della coesistenza, sfere informate dalle leggi
dell'economia neoclassica che nelle intenzioni dovrebbero pervadere
ogni attività umana. Con buona pace dell'impegno per la pari
dignità umana, i mondi della cosiddetta politica (trasformata in
una sorta di mega comitato di gestione asettica e iniqua delle risorse
comuni), della scuola, dell'università, della stampa e di
altre istituzioni e organizzazioni veicolano come valori indiscutibili
la competitività, la concorrenza, la creazione di profitto
economico. A tal punto da confondere, a volte completamente, i confini
tra il mondo della psiche umana e quello della Borsa.
Il dogma neoliberista ha conquistato il potere.
Non è un fenomeno del tutto nuovo (è ricorrente nelal
storia una minoranza in posizione di dominio che cerca di perpetuarsi e
consolidarsi nelle società umane), solo che i suoi meccanismi si
sono fatti via via più subdoli e riescono più facilmente
a trasformare le vittime in complici volenterosi per stipulare una
"polizza di assicurazione" sulla conservazione dell'ingiustizia
spacciandola per il suo ineluttabile contrario. Cosicché questo
sistema di dominio di questa idea-dogma sui principali centri di potere
è assai robusto.
La trasformazione dell'essere umano in una macchina di produzione e di
consumo che ragiona secondo le leggi del mercato è giunta a uno
stadio avanzato, si compie il disegno della minoranza dominante che
vuole arricchirsi sempre più a spese di una maggioranza da
convincere della desiderabilità delle cose che in fondo vanno
(quasi) nel migliore dei modi; manca solo qualche privatizzazione in
più, un'iniezione di flessibilità sul lavoro, alcuni
nuovi investimenti in spese militari e in grandi cementificazioni, un
po' di tasse in meno per i più ricchi
.
Si basa su una serie di manovre favorite dal contesto storico con il
fallimento di esperienze di organizzazione politica, sociale ed
economica alternative; e con l'abbandono di nuove elaborazioni oltre il
paradigma del mercato e del suo mito di libertà unidimensionale
(e dunque falso).
Da un lato si consolida il credo neoliberista alimentandone il
"bisogno" collettivo; dall'altro si opera la grande distrazione delle
masse, che devono essere affaccendate a fare i conti con il denaro da
guadagnare e da spendere, in una lotta di tutti contro tutti, non certo
a ragionare e interrogarsi su modalità diverse di convivenza
possibili.
Una caratteristica di tutto ciò è lo svuotamento di senso
di gran parte delle cose che vediamo e spesso anche di quelle che
facciamo. La produzione di senso è uno dei problemi di questa
epoca. Il senso è asservito al dogma neoliberista e alla sua
necessità di distrarre.
La tv è un caso macroscopico di questa deriva
dell'instupidimento e dell'abbruttimento dell'individuo e delle
comunità; ma non è l'unico. Lo sono il lavoro, lo studio
e più in generale le relazioni sociali. Alle relazioni sociali,
peraltro, dedichiamo sempre meno tempo. Nell'ultimo libro di Chomsky
("Il bene comune") ho letto che negli Usa in vent'anni il tempo
dedicato dall'americano medio al rapportarsi con gli altri è
quasi dimezzato. Siamo sempre più chiusi dentro noi stessi a
fare i conti con le leggi di mercato e con i conflitti che ci dilaniano
fin nel nostro profondo: la mia anima ecologica si scontra con la parte
di me "costretta" a usare l'auto invece della bicicletta e così
via fino allo storico e irrisolto conflitto rossoverde tra lavoro e
salute che ha visto tradizionalmente le centrali sindacali difendere
acriticamente la fabbrica (ora ci penseranno le delocalizzazioni
industriali nel modo più brutale e tragico: ai lavoratori
mancherà il pane ma in cambio invece della libertà
avranno probabilmente la malattia).
Ma la mistificazione funziona fino a un certo punto. Con il linguaggio
si può mascherare la realtà, però quando gli
effetti dello stato di cose concreto ti entrano direttamente in casa il
filtro sparisce.
Si può predicare nelle aule universitarie di flessibilità
del lavoro; ma quando la precarietà o la perdita del salario ti
tocca direttamente i tuo credo neoliberista può svanire d'un
tratto. Si può predicare di competitività e libero
mercato, ma quando le imprese scappano lasciando i lavoratori a casa,
si capisce chiaramente chi ha il coltello dalla parte del manico.
E questo capita, come vediamo anche in questi giorni con la crisi
industriale del Trentino (cui i soldi della Provincia non sono bastati
a costruire un tessuto solido).
Si può occultare, sopprimere ogni pulsione di liberazione dal
lavoro facendone, da destra e da sinistra, un feticcio monolitico da
adorare; ma per molti esseri umani il lavoro (o la sua assenza)
è semplicemente un incubo che vorrebbero sostituire con un'altra
dimensione di "attività umana solidale", fondata su altre
premesse psicosociali prima ancora che economiche, ma saremmo fuori del
paradigma neoliberisma così come del cosiddetto socialismo reale.
Funziona fino a un certo punto, ma funziona, complice - appunto -
questa progressiva privatizzazione dell'esistenza, al punto da rendere
una tragedia privata eventi chiaramente determinati da scelte che
derivano dalle politiche pubbliche, cioè di tutti.
La grande distrazione riguarda, tra l'altro, i costi sociali del
mercato: le malattie e i decessi di esseri umani nonché i danni
ambientali causati dalle imprese, una devastazione che si fa tanto
più marcata quanto più il quadro sarà
deregolamentato e ispirato alla concorrenza.
I dati empirici sulla morbilità e sulla mortalità causate
dalla produzione industriale, dentro le imprese, nelle loro vicinanze e
più in generale sui consumatori, sono impressionanti. E a
pagarne anche monetariamente le conseguenze siamo noi tutti: con le
spese sanitarie, di risanamento ambientale eccetera. Ciò
nonostante, ci si vuole convicenre che la logica del business deve
invadere totalmente la nostra vita, anche con la privatizzazione
dell'energia elettrica, dell'acqua, della sanità, dello studio...
Si tratta di uno dei principali fenomeni che dimostrano che il
neoliberismo è prima di tutto una bugia: si vorrebbe predicare
il primato del mercato ma si pretende che sia l'ente pubblico a
sostenere sotto una miriade di forme l'attività
dell'imprenditoria privata.
Ciò vale per i contributi erogati dalla Provincia di Trento, per
la copertura delle spese sanitarie o previdenziali causate dalle
imprese, così come per le commesse del Pentagono alle potenti
industrie belliche americane. La logica è la stessa: da un lato
si vuole distruggere il senso comune di appartenenza solidale a una
comunità per asservire le persone alla logica del profitto
individuale; ma dall'altro si pretende dalle istituzioni delle stesse
comunità grande efficienza nel sostenere con le risorse
collettive l'attività di pochi, chiamiamoli pure padroni.
Anche le strade e il trasporto su gomma delle merci è un caso di
sovvenzione più o meno cammuffata mentre si sottraggono i denari
pubblici agli interventi per prevenire e curare la sofferenza umana
sempre più affidata a sua volta alla privatizzazione, a
pseudocooperative appaltatrici che generano precariato e
pseudoprofessionalità.
La grande distrazione e la produzione di non-senso invadono anche la
sfera della nostra relazione con il nostro corpo e con la natura.
Il modello non prevede che si usi gran che la nostra dotazione
muscolare, se non per muoverci nei centri commerciali, e tende a
sottrarci l'opportunità di esplorare un bosco o di svolgere
attività di utilità domestica come raccogliere un po' di
legna; perché abbiamo da fare cose più importanti, come
guardare la televisione o andare a fare la spesa la domenica
perché gli altri giorni non c'è tempo, essendo il lavoro,
prolungato dai tempi del pendolarismo, il totem della situazione. Il
moto è relegato ad attività del tempo libero organizzata
nelle palestre.
In questo quadro, non appaiono per nulla casuali le modalità cui
tendenzialmente ci è consentito di spostarci.
Per questioni di tempo o di politiche pubbliche della mobilità,
siamo generalmente obbligati a non utilizzare il nostro corpo per
muoverci.
E per lo più saremo indotti a utilizzare l'automobile: tutto
è costruito per lei, l'appropriazione degli spazi pubblici e
privati è assoluta; i piani urbanistici e la dislocazione dei
posti di lavoro, dei centri servizi e del commercio spesso danno per
scontato l'utilizzo dell'automobile; gli orari di lavoro (altro non
tema della nostra epoca) tendono a complicare la vita al non
automobilista; l'alternativa del trasporto collettivo o delle piste
ciclabili generalmente è debole o assente...
E qui va riposta l'attenzione su un altro "effetto collaterale". Gli
indirizzi urbanistici e sulla mobilità riguardano la salute dei
cittadini (malattie e morti da inquinamento), la riduzione del rischio
di incidenti stradali, la tutela dell'ambiente naturale; ma si tratta
anche di forme indirette di politica dei redditi, considerato che
orientano i consumi verso l'automobile: in luoghi in cui è
negata ogni alternativa concreta, l'auto privata diventa per i
più una scelta obbligata. Così ogni nucleo famigliare si
vede spesso costretto a moltiplicare le vetture per consentire a ogni
membro la possibilità di raggiungere la città o punti di
essa in tempi accettabili, per ragioni legate al lavoro, allo
studio o al tempo libero. Diventa "normale", dunque, spendere decine di
migliaia di euro nell'acquisto e nella gestione dell'automobile sulla
quale si resta quasi regolarmente in coda; una spesa enorme cui si
aggiungono le rimarchevoli quote di imposte versate dai contribuenti
necessarie per affrontare i costi sociali del trasporto a motore
(malattie, infortuni, invalidità, decessi, danni ambientali,
infrastrutture).
Eppure appare normale che non ci si formalizzi gran che in Italia non
dico sui morti per incidenti sulle strade, ma sulla mortalità
indiretta, sulle migliaia di vite che si spengono ogni anno a causa
del'inquinamento da traffico; per non parlare delle morti che si
eviterebbero se alla sedentarietà si sostituisse l'uso della
bici in condizioni di sicurezza.
Ma questa sostituzione è difficilmente praticabile senza mettere
in discussione altri elementi. Ci si scontra, infatti, a guardar bene,
con il sistema della democrazia rappresentativa, con la questione della
proprietà privata, con l'organizzazione e i tempi del lavoro,
con il malinteso senso di libertà veicolato dal linguaggio
asservito al sistema di dominio economico [sono libero se vado in
macchina, meglio se una fuoristrada, mi compro un sacco di cavolate
trasportate inutilmente dai Tir sulle strade di mezzo mondo a doppie
spese di tutti e con sovvenzioni pubbliche) eccetera, a fronte di
politiche fiscali che privilegiano i devastatori del territorio e della
salute a scapito di chi si sforza di rispettare la pari dignità
degli esseri umani e l'impegno solidaristico a contribuire alla
riduzione della sofferenza.
Su questo sfondo si consuma anche la lotta per la velocità, che
è a sua volta una lotta di potere. Se alla nascita ognuno di noi
ha teoricamente la medesima disposizione di "potere", l'accumulo da
parte di qualcuno implica una sottrazione per altri soggetti; alla
stessa stregua la velocità dell'umanità: si può
dire che se qualcuno vuole andare più in fretta qualcun altro
dovrà andare più piano oppure (se preferite) morire di
gas di scarico.
In questo quadro è quasi normale che muoversi in bicicletta sia
pressoché impossibile e che il tentativo di farlo seriamente
diventi un'azione politica che per forza mette in discussione almeno
alcuni aspetti del paradigma politico ed economico.
Lo fa concettualmente, innanzitutto per le ragioni legate al questione
del potere pro capite e dell'accumulazione in cerchie dominanti a
scapito della generalità delle eprsone; ma lo fa anche
concretamente, mettendo in discussione l'occupazione, la
proprietà e la destinazione degli spazi così come i tempi
e i modi dell'organizzazione del lavoro e della sua retribuzione. In
altre parole, obbliga a interrogarsi sulla rimodulazione o rifondazione
della democrazia, politica ed economica. Per questo si tratta di una
dimensione occultata o distorta dai grandi centri del potere; e sempre
per questo, credo, in Europa sono le società a tradizione meno
legata all'individualismo, ora nella versione liberista, come quelle
scandinave, a ragionare nel modo più serio su una questione che
riguarda la vita e la sopravvivenza di noi tutti.
* [Appunti, naturalmente rimasti pressoché inutilizzati, per le
presentazioni del volume Bicicrazia, ottobre-novembre
2004]
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